Comprendere

Da “Testimoni del Vangelo”, Qiqajon

“Come si fa ad amare ciò che non si comprende e come si fa a comprendere ciò che non si ama?”
Queste domande hanno un valore universale che trascende l’ambito di fede. In qualsiasi contesto, la comprensione è legata all’amore e viceversa.

Quando diciamo “voglio comprendere” stiamo dicendo anche “voglio amare”. “Comprendere”, come suggerisce la parola stessa, non si risolve nel confronto con se stessi ma riguarda il rapporto con gli altri: per questo non può mai dirsi definitivamente acquisito, né frutto di un percorso di autonomo apprendimento.

Non si finisce mai di imparare perché non si smette mai di comprendere l’altro e perché gli altri sono una componente essenziale nella nostra comprensione del mondo, di ciò che siamo e di ciò che facciamo. Per questo anche la comprensione di noi stessi, degli altri e del mondo procede tra alti e bassi, cadute e nuovi inizi, parallelamente alla nostra capacità di amare.

Nella fede la dinamica è la stessa. Gesù rimprovera spesso i discepoli perché incapaci di comprendere. Solo dopo la morte, con la sua Resurrezione, essi capiranno il significato delle scritture rileggendo la sua vita dall’inizio, il suo dono d’amore. E lo capiranno nella misura in cui sentiranno Gesù stesso ancora vivo e presente in mezzo a loro, corrispondendo finalmente a quell’amore che gli ha fatto ardere il cuore, vincendo definitivamente la morte.

Quarentena e Quaresima

Ricordati che sei polvere e polvere ritornerai”. 
È una frase che dicevamo spesso da ragazzi a mo’ di battuta. Era difficile se non impossibile comprenderne il significato per la mente di un adolescente. Finché la scomparsa improvvisa di una persona cara non ne svelò improvvisamente il significato. È la verità sulla nostra vita: siamo davvero polvere, deboli e fragili. 
Verità che cerchiamo di fuggire in ogni modo ma che torna costante nella vita di ciascuno, con modalità quasi sempre inaspettate. 

Entriamo nella Quaresima 2020, tempo di digiuno e astinenza, con le immagini degli scaffali dei supermercati svuotati dalla paura irrazionale e collettiva di fronte ad una minaccia dalla quale non sappiamo come difenderci. Timorosi forse di affrontare una quarantena senza cibo. 
Alcuni falsi profeti si sono affrettati a spiegarci che questo nuovo virus è frutto del castigo divino, contribuendo a creare allarmismo. Ma non è così. 

Nella sapienza della Chiesa il gesto della cenere sul capo nel Mercoledì de Le Ceneri, insieme al digiuno, non è una macabra rappresentazione anticipata dell’inevitabile dipartita ma un invito ad assumere questa fragilità, come l’ha assunta Gesù stesso, per viverla fino in fondo, senza meschinità, nell’amore. Perché alla sera della nostra vita saremo giudicati proprio sull’amore, sui legami che danno senso e significato all’esistenza terrena. 

Questa bellissima frase di Pedro Arrupe, sacerdote che spese la propria vita nell’amore per Dio e per i poveri, sintetizza poeticamente il senso della vita e può aiutarci a vivere una vita che non sia una quarantena isolata e impaurita, ma una Quaresima ricca di frutti in attesa della Pasqua di Resurrezione. 

Ciò di cui tu ti innamori cattura la tua immaginazione e finisce per lasciare la sua orma su tutto quanto. Sarà quello che decide che cosa ti farà alzare dal letto la mattina, cosa farai nei tuoi tramonti, come trascorrerai i tuoi fine settimana, quello che leggi, quello che sai, quello che ti spezza il cuore e quello che ti travolge di gioia e gratitudine. Innamorati! Rimani nell’amore! Tutto sarà diverso.

Eros redento

Nel monologo di Benigni a Sanremo sul Cantico dei Cantici, il regista toscano costruisce quello che lui definisce un trailer sulla “canzone delle canzoni” ovvero una breve presentazione di quel piccolo libretto finito quasi per sbaglio nella Bibbia, in cui si canta l’amore carnale tra uomo e donna, senza mai nominare Dio.

Molti biblisti sono stati chiamati in causa e hanno detto la loro, commentando più o meno favorevolmente l’intervento del Comico: Lidia Maggi, Rosanna Virgili, Enzo Bianchi, Luigino Bruni.

Chi lo ha valutato positivamente si è concentrato sull’importanza che un intervento di questo tipo, nella TV pubblica e nel momento di massimo ascolto, ha apportato alla conoscenza di un testo sicuramente originale e poco conosciuto delle Sacre Scritture.

I detrattori hanno invece sottolineato l’assenza o quasi la contrapposizione che l’attore ha posto tra la lettura letterale del testo che parla esclusivamente dell’amore umano, carnale e la lettura allegorica dell’amore spirituale che ne ha giustificato l’inserimento nel canone biblico.

Di certo la mancanza vi è stata e su questo lo show di Benigni è sembrato carente. Nel Cantico dei Cantici infatti non è possibile scindere le due interpretazioni e se è vero che, come scrive Ceronetti, “la lettura erotica del Cantico è la più sicura“, essa tuttavia “non ha senso se il letto degli amori non è rischiarato da una piccola lampada che rischiari, attraverso quei trasparenti amori, il Nascosto” (Il Cantico dei Cantici, a cura di G. Ceronetti, Adelphi, pag. 104).

L’errore di Benigni è stato quello di aver insistito troppo sulla parafrasi di un sogno erotico, facendo perdere al testo gli aspetti nascosti della poesia, rendendo oscena sul palco dell’Ariston (letteralmente ob scenus, fuori luogo) l’intimità dell’amore carnale. Come scrivi Jean Bastaire “Oggi abbiamo denudato il sesso ma, così facendo, ne abbiamo consacrato la supremazia. Ciò che procurava un delizioso fremito di terrore era la trasgressione; adesso abbiamo eretto la trasgressione a metodo di conoscenza.” (J. Bastaire, Eros Redento, Qiqajon, 2000).

Tutto ciò del resto non sarebbe successo se negli ultimi secoli non avesse prevalso all’interno del cristianesimo una concezione di disprezzo del corpo che ha ridotto la sessualità alla sua funzione puramente genitale, sviluppando una dottrina che esaltava la castrazione e le umiliazioni corporali, provocando nel XX secolo la spinta verso una effimera ed illusoria liberazione.

Tra la sessualità negata e la sessualità idolatrata sta dunque lo sforzo di inserire la sessualità all’interno di un disegno più grande, in cui l’erotismo non è negato, né finalizzato a se stesso ma è mezzo per innalzare l’essere verso il suo Creatore.

Tutto ciò nel Cantico dei Cantici passa attraverso la rivelazione di ciò che di nascosto ovvero di divino c’è tra i due amanti, divinità che, come ha scritto Luciano Manicardi, non consiste tanto nella sostituzione di uno dei due amanti con Dio o nel reputare divinizzato l’amante: ciò che è divino, nel Cantico, è ciò che intercorre fra gli amanti, è la loro relazione.

È proprio verso l’incontro che tende il desiderio degli amanti verso la realizzazione dell’unione che chiude lo spazio tra i due corpi e si fa dono reciproco e accoglienza dell’altro. È la conoscenza in senso biblico che consiste propria nell’avere accesso diretto ad una realtà esterna.

“Beato chi prova per Dio un desiderio così grande quanto quello di un folle innamorato per la propria amata. Colui che davvero ama si raffigura continuamente il volto della persona amata e lo guarda con tale gioia nel pensiero che neppure il sonno è capace di distoglierlo da quell’oggetto e il suo affetto glielo fa vedere in sogno. Nelle realtà corporali avviene lo stesso che in quelle incorporee” scrive Giovanni Climaco ne La Scala del Paradiso.

Questa uguaglianza fa sì che come l’amore divino è espresso da un desiderio insaziabile anche l’amore sessuale sia di per sé insufficiente a se stesso. Ecco il motivo per cui il Cantico dei Cantici pur narrando in maniera esplicita l’amore tra uomo e donna è al tempo stesso sogno di un amore consumato e al tempo stesso a rischio di svanire e comunque mai del tutto posseduto.

È proprio in questa mancanza che si apertura all’altro che c’è spazio per l’altro e per Dio.

Non a caso il Santo dei santi del Tempio di Gerusalemme è una stanza vuota, uno spazio non occupato, traduzione architettonica dell’uomo come desiderio, vuoto attivo che deve essere riempito. L’uomo come essere di mancanza è Dio stesso che può abitare questo spazio in virtù di questo vuoto che nel tempio racconta questa mancanza. Se non ci fosse questa cavità desiderante Dio non potrebbe visitare l’uomo.

Nel Nuovo Testamento questa cavità è rappresentata dalla tomba vuota del risorto. Lo spazio esistenziale della nostre vite è simile a quel vuoto. E in questa ottica la sessualità, l’eros è pienamente recuperato alla vita cristiana perché redento, visitato dalla presenza del Signore, con il quale l’uomo si fa con-creatore.

Nei panni dell’altro

A me “Tolo Tolo” è piaciuto parecchio. Non è un film pro o contro l’immigrazione. Zalone ne ha per tutti, soprattutto per noi italiani ma politicamente la sinistra non ne esce meglio della destra. È sicuramente un manifesto contro il razzismo e su quanto faccia male il pregiudizio. È un trattato di sociologia su vizi e fissazioni italiche. È talmente tante cose che la cosa migliore che si può fare è vederlo e farsi un’idea. Perché “Tolo Tolo” non ha nulla da invidiare a tanti altri film che hanno fatto la storia della commedia italiana.

In “Tolo Tolo” non si ride meno, si ride a condizioni diverse: se vogliamo giocare con le parole potremmo dire che “Tolo Tolo” è sicuramente diverso dagli altri film di Luca Medici, ma non meno divertente. Si ride non già del film, come nei precedenti, ma nel film ovvero a condizione di mettersi nei panni di Checco, un “Idiota” al rovescio, un uomo insensibile a tutto tranne che al proprio ego e alle creme di bellezza, un Forrest Gump de’ noialtri alle prese con il tema mondiale dell’immigrazione.

L’azzardo o il coraggio, per quanto mi riguarda direi il merito di “Tolo Tolo” è di aver raccontato un tema scottante e divisivo, l’immigrazione, attraverso la storia di un personaggio immigrato “a sua insaputa”, (talmente egoista da risultare negletto alla sua stessa famiglia) provocando un cortocircuito nell’animo dello spettatore che non può lasciare indifferenti. Checco Zalone l’egoista, l’uomo per se stesso, ci porta “in his shoes”, come dicono gli inglesi, nei panni dell’altro per antonomasia: lo straniero. Se c’è una morale nel film non può che essere: cari italiani, smettiamola di guardarci allo specchio e cominciamo a guardarci dentro. Chapeau Checco!

Live and don’t let leave

“Esiste un rimedio che… in pochi anni renderebbe tutta l’Europa… libera e … felice. Esso consiste nella ricostruzione della famiglia dei popoli europei, o in quanto più di essa riusciamo a ricostruire, e nel dotarla di una struttura che le permetta di vivere in pace, in sicurezza ed in libertà. Dobbiamo costruire una sorta di Stati Uniti d’Europa.”

Sir Winston Churchill

Queste parole furono pronunciate a Zurigo nel 1946, un anno dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quando comincia a farsi strada l’idea che sia necessario debellare tutti i nazionalismi europei per scongiurare i pericoli derivanti dai conflitti.

Dicembre 2019. Boris Johnson vince le elezioni e il Regno Unito conferma la sua intenzione di uscire dall’Unione Europea. Tra i sovranisti c’è soddisfazione perché vedono in Brexit l’inizio della fine dell’Europa unita; ma anche tra alcuni europeisti c’è compiaciuta rassegnazione per l’uscita ormai inevitabile dall’UE di uno Stato che, a dispetto delle parole di Churchill, non ne ha mai fatto parte del tutto.

Personalmente sono dispiaciuto per la scelta del popolo britannico di andare per la propria strada.

Continuo a pensare che gli Stati Uniti d’Europa siano il sogno politico più grande che l’umanità abbia mai avuto e che smettere di crederci non renda le nostre vite migliori.

Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

Ragionando sulle sardine da qualche giorno, non riuscivo a definire il fenomeno. Stasera un post polemico mi ha riportato in testa il famoso verso finale di una poesia. In “Non chiederci la parola”, Eugenio Montale contrappone la figura dell’uomo che se ne va sicuro con le proprie certezze, come un uomo al sole che non si preoccupa di proiettare la sua ombra su un muro in rovina, all’immagine di uomo fragile, dubbioso, incerto, che sa soltanto chi non vuole essere, a chi non vuole assomigliare.

Mi è sembrata perfetta per descrivere la contrapposizione tra la sicumera del leader leghista (che proietta la sua paurosa ombra su un’Italia scalcinata) e per spiegare come lui e i suoi elettori, critici delle sardine, non comprendano coloro che scendono in piazza, senza simboli e senza bandiere, solo per dire, oggi, chi non sono e a chi non intendono aderire.

Tutto ciò è poco per un’alternativa politica ma del resto non è questo il compito di quelle piazze. Che indicano invece la disponibilità di un popolo pronto a spendersi per un modo altro di essere e di fare politica.

***

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Eugenio Montale, Non chiederci la Parola, Ossi di Seppia, 1925

Venezia

Chi non vorrebbe che il cambiamento climatico fosse solo un’invenzione?

Chi non soffre a vedere Venezia e Matera distrutte dall’acqua, la foresta amazzonica che brucia, gli elefanti africani che muoiono dal caldo e dalla siccità?

Per questo sentiamo un piccolo sollievo ogni volta che qualcuno ci dice che il cambiamento climatico è una bufala.

Eppure quel breve sollievo sparisce presto, non appena torniamo nella realtà. Perché se farsi aria con un foglio di carta non manda via la calura, così credere a chi dice che il cambiamento climatico non è reale, non ci salverà.

Che fare, dunque? Cominciamo dalle piccole cose, dalla cura dell’ambiente in cui viviamo, da una maggiore consapevolezza per il nostro comportamento sociale, e dai gesti quotidiani di attenzione per ciò che ci circonda. Il resto verrà di conseguenza.

La visita in carcere

La visita di un politico all’interno degli Istituti penitenziari è sempre motivo di riflessione e più spesso di polemica nell’opinione pubblica italiana.

Ciò può essere spiegato con il rischio che la visita diventi oggetto di strumentalizzazione da parte del politico stesso o i dei suoi detrattori e avversari politici. A questo si aggiunge che nell’Italia di oggi, dove il rancore e la rabbia sembrano avere una predominanza assoluta nel dibattito pubblico e la parola d’ordine è “gettateli in carcere e buttate la chiave”, entrare in un istituto di pena è sicuramente “rischioso” per un politico.

È opportuno tuttavia ricordare che il carcere, in un sistema democratico, non è avulso alle regole ed ai principi della democrazia, per cui gli istituti di pena non possono ledere la dignità sia di chi ci vive, per esservi costretto dalla legge, sia di chi ci lavora. La pena inflitta ai detenuti non ha solo finalità punitive ma dovrebbe essere orientata al recupero nella società di chi è sottoposto alla sanzione penale.

A questo si aggiunge il fatto che l’uomo e il politico cristiano, consapevole della chiamata ad essere segno di contraddizione nel mondo, non può ignorare che la visita ai carcerati è una delle 7 opere di misericordia che contraddistinguono il suo stare in mezzo agli uomini. Ricordarsi di chi vive la vergogna del carcere è richiesto al cristiano in quanto è Gesù stesso ad essersi identificato in loro (in Matteo 25). Anche San Paolo nella lettera agli Ebrei solleciterà la Comunità dei credenti a non dimenticarsi dei carcerati, “come foste loro compagni di carcere” (Eb 13,3).

Ecco quindi che visitare i carcerati, in una logica inclusiva, non può significare dimenticarsi delle condizioni in cui si vive nel carcere e del necessario supporto di cui avrebbe bisogno chiunque sia al suo interno: i detenuti ma anche i loro custodi ovvero il personale della amministrazione e polizia penitenziaria.

Al doveroso ringraziamento che deve andare a questi ultimi per il faticoso e prezioso lavoro svolto, non può che affiancarsi una parola di speranza per i detenuti. L’umanità verso gli ultimi, tra cui i carcerati, non è buonismo ma risponde a quella profondità che solo il bene radicale ha. Come ci ricorda Arendt, infatti, il male può essere esteso e diffuso ma mai radicale poiché se vi cerchiamo il pensiero rimaniamo frustrati dall’impossibilità di trovare una risposta. Questa è la “banalità” del male.

Il bene è invece radicale perché anche di fronte all’atto maligno non si arresta, sa guardare in profondità il cuore dell’uomo, in cui albergano tanto i buoni quanto i cattivi sentimenti, e vi sa scorgere una possibilità di redenzione.

A fare la differenza è dunque molto spesso una questione di sguardi. Conta il modo in cui guardiamo: è il nostro occhio, che nel linguaggio biblico non a caso è in stretto rapporto col cuore, sede delle decisioni, a dare luce o a portare notte. È il nostro sguardo che può trasformare il carcere in luogo d’inferno oppure in luogo di speranza.

Mentre si rimedia agli sbagli del passato, non si può cancellare la speranza nel futuro. L’ergastolo non è la soluzione dei problemi – lo ripeto: l’ergastolo non è la soluzione dei problemi -, ma un problema da risolvere. Perché se si chiude in cella la speranza, non c’è futuro per la società. Mai privare del diritto di ricominciare!Papa Francesco, discorso alla Polizia penitenziaria, 14 settembre 2019.

Visitare il carcere rappresenta dunque un primario esercizio di umanità e di attenzione per la tenuta sociale e democratica della convivenza tra gli uomini. Non è un caso che le condizioni delle carceri in Italia siano in più circostanze tirate in causa per l’alto livello dei suicidi tra i detenuti ma anche tra i poliziotti della Penitenziaria; e poi per il sovraffollamento o per taluni tipo di pena che escludono a prescindere ogni percorso rieducativo. Sono tutti aspetti, che al di là delle visite di circostanza del politico di turno, richiederebbero maggiore attenzione da parte delle istituzioni poiché è anche da come si vive in carcere, dove vivono gli ultimi tra gli ultimi, che si misura il nostro livello di civiltà.

Di visione politica, crocifissi e tortellini

Fioramonti (M5S): lo Stato è laico, togliamo il crocifisso dalle aule e mettiamo la cartina del mondo.

Morani (PD): cittadinanza a giovani stranieri nati e cresciuti in Italia norma importante ma non è il momento.

Salvini (Lega): il tortellino “accogliente” al pollo è follia, si rinnega tradizione.

Queste sono dichiarazioni rilasciate negli ultimi giorni da noti esponenti dei tre principali partiti italiani. Affermazioni che solleticano i rispettivi elettorati in nome di un apparente buon senso che consisterebbe appunto in una verità a portata di tutti, ovvia, per la quale non sarebbe necessario compiere sforzi di comprensione e men che meno elucubrazioni intellettuali ma semplicemente da accettare così com’è: pane al pane, vino al vino.

Sotteso a queste dichiarazioni c’è il tentativo degli attuali rappresentati politici di rinunciare alle proprie prerogative, alla loro responsabilità di guidare il Paese per affrontare le sfide di oggi, per le quali invece sono stati votati. Preferiscono nascondersi dietro una presunta volontà popolare anziché compiere la fatica del confronto.

E’ del tutto evidente che di simili “rappresentanti” l’Italia non ha affatto bisogno perché non servono a nulla, se non a replicare a livello nazionale le mille stupide polemiche a cui assistiamo quotidianamente sui social network (ai quali non a caso i politici italiani sono molto affezionati).

Abbiamo bisogno di politici che esercitino responsabilmente il loro essere rappresentanti del popolo ovvero, parafrasando David Maria Turoldo, che non cerchino né il consenso né il dissenso ma cerchino il senso, la strada lungo la quale condurre la società; che è molto di più delle singole opinioni di ciascuno bensì è frutto di una sintesi che nasce dal confronto tra differenti visioni della società.

Per questo motivo personalmente non riesco ad appassionarmi ad alcun attuale rappresentante politico e ai loro partiti. Non c’è una visione della società nelle loro dichiarazioni e nei loro programmi, non c’è l’idea di una democrazia partecipata e a dispetto dei proclami la loro azione politica non è altro idolatria del proprio ego sotto forma di partito.

Mi pare che l’unica speranza per un approccio diverso alla realtà e per un ritorno alla Politica con la P maiuscola è rappresentato da Democrazia Solidale, un movimento nato dal basso nel 2018 e non dal personalismo di nomi altisonanti. Questa nuova formazione si pone come preciso obiettivo quello di riformare la democrazia mettendo il NOI al centro. Per costruire la società di domani e non per guardarsi il proprio ombelico.

Contesto il mondo quindi sono (cristiano)

La questione che si intende affrontare qui è la collocazione politica del cristiano ovvero dare spunti per una riflessione su di essa. Ultimamente abbiamo sentito dire da più parti che “Un cristiano non può votare Lega” mentre il Ministro leghista con delega alla famiglia affermava che “per il Vangelo la prossimità si riferisce a colui che mi sta più vicino” giustificando la politica del “prima gli italiani”; pochi mesi prima un altro più noto Ministro dello stesso partito concludeva la campagna elettorale 2018 con il Vangelo in mano mentre oggi, a cento anni dalla fondazione del Partito Popolare da parte di don Luigi Sturzo, abbiamo letto vari intellettuali interrogarsi sull’opportunità di un nuovo partito dei cattolici.

Per quanto mi riguarda, le questioni di cui sopra, pur di un certo rilievo pratico, vengono dopo rispetto al tentativo di restituire unità e coerenza ad un agire politico che in un clima di costanti polarizzazioni, consenta al cristiano di sentirsi pienamente rappresentato.

Questa polarizzazione, infatti, fa sì che anche una figura amata e popolare tra la gente, come Papa Francesco, venga considerato un sinistroide comunista quando parla dell’apertura verso le persone immigrate e un prete reazionario e antistorico quando si scaglia contro l’aborto.

Tutto ciò ovviamente rende assai difficile la collocazione politica per un cristiano che si dichiari al tempo stesso favorevole all’immigrazione e contrario all’aborto, dunque in linea con la dottrina della Chiesa Cattolica.

Un aiuto potrebbe giungere direttamente dal Vangelo e da una interpretazione approfondita riguardo al noto detto di Gesù: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (Mc 12,27). Siamo soliti ricondurre il significato di questa frase alla volontà di Gesù di tracciare la separazione tra il potere politico e quello spirituale.

Senza rinnegare questa lettura, dobbiamo tuttavia sforzarci di rileggere questa affermazione nel contesto in cui è stata pronunciata per cogliere ulteriori sfumature in grado di illuminare la nostra domanda.

La frase riportata nel Vangelo di Marco è posta a chiusura di una discussione tra farisei ed erodiani da una parte e Gesù dall’altra. I primi hanno giurato di farla pagare a Gesù ed alcuni di loro sono stati inviati ad interrogarlo dai sommi sacerdoti per tendergli una trappola.

Siamo nel Tempio, luogo dove sono vietate tutte le immagini e non è permesso portare monete che riportino effige di dei, tant’è che nel cortile del Tempio erano presenti i cambiavalute, cui dovevano rivolgersi coloro che volevano acquistare animali da offrire in sacrificio per la purificazione. I farisei interrogano Gesù chiedendogli se è lecito pagare il tributo a Cesare oppure no. La domanda è a risposta chiusa, comporta un sì o un no. In entrambi i casi la risposta esporrebbe Gesù alla contestazione, da parte dei Giudei in caso di risposta positiva ovvero da parte dei Romani in caso di risposta negativa, giacché in ogni caso ne verrebbe minata la rispettiva autorità. Gesù non risponde alla domanda ma ribalta la questione, come fa con tutti coloro che lo sfidano per provocarlo, e chiede a sua volta di vedere la moneta e cosa vi è raffigurato. I suoi interlocutori mostrano la moneta con l’effige di Cesare, violando la prescrizione del Tempio, dimostrando quindi di essere, loro sì, preoccupati di conoscere la risposta ad un problema che evidentemente è tale solo per loro e non per Gesù.

È a questo punto che egli pronuncia il detto.

Cosa suggerisce questo episodio? Anzitutto ci dice che Gesù rifiuta di rientrare nelle logiche di opposizione binaria (a favore o contro), schierandosi piuttosto sempre a favore della persona, al di là delle etichette. Questo punto è già dirimente rispetto allo stile di stare in politica richiesto ad un cristiano ovvero al modo di porre le questioni che lo interessano o che intende discutere nell’agone politico, le quali devono essere affrontate all’insegna dell‘et et piuttosto che dell’aut aut.

Di fronte ad una questione di calcolo politico egli rinvia alla responsabilità dell’uomo rifiutandosi di sottoporre il nome di Dio come “targa” di una qualsiasi scelta politica.

Egli invita tuttavia ogni uomo a prendere posizione rispetto alla questione di Dio. In questa ottica il cristiano non deve fare l’errore di coinvolgere gli altri uomini a porsi la questione di Dio con la sua responsabilità di elettore o cittadino. Tale questione è messa in campo dal cristiano con i suoi fratelli nella fede, con i quali è chiamato a vivere ma che possono avere idee politiche o incarichi differenti tra loro. Questo passaggio è chiave per quanto ci interessa. Molto spesso infatti i cristiani che assumono posizioni intransigenti su questioni politiche lo fanno a partire da convinzioni religiose ovvero da un modo di concepire la vita umana di cui però sono chiamati ad essere anzitutto testimoni, insieme ai loro fratelli nella fede, prima che leader politici. Da qui l’incomprensione per quelle posizioni difese da politici che sono incoerenti quanto a testimonianza e che finiscono con depotenziarne la bontà: tali atteggiamenti infatti hanno un duplice effetto negativo. Finiscono per svalutare il contenuto della proposta e hanno l’effetto di alimentare la polarizzazione ideologica.

Ovviamente porsi la questione di Dio nella società ha delle implicazioni oggi come duemila anni fa. Il punto della questione in gioco è lo stesso: che cos’è l’uomo? Che cosa fa sì che l’essere umano sia un soggetto? Ciò significa che le posizioni assunte dal cristiano in politica devono saper rendere ragione della loro bontà in termini umani e non religiosi. Se non si è in grado di farlo, è impossibile pretendere che il mondo ci ascolti. Anche perché il mondo vive e si regola secondo un principio assai difficile da smontare: l’essere per sé e non per gli altri ovvero l’egoismo.

Restituire a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio rappresenta allora un sinonimo di contestazione del mondo e delle sue potenze: prendere le distanze dagli idoli che esso ci presenta o dalle idee preconfezionate che esso vorrebbe vederci difendere, ma anche prendere le distanze dai capri espiatori che esso ci addita affinché ciascuno di noi, insieme a tutti gli altri, li rigetti.

Da questo punto di vista dunque è responsabilità di ogni cristiano, in base alle diverse sensibilità di ciascuno, sottoporre a critica quelle idee che il mondo vorrebbe che tutti facessero proprie, secondo un disegno di omologazione e massificazione, diffuso all’insegna dell’apertura, della tolleranza e del politicamente corretto, dietro il quale si potrebbe celare tuttavia un ritorno alla barbarie. Questo disegno sarebbe non meno pericoloso di quello rappresentato dai fautori di un ritorno a ghetti identitari, promossi all’insegna di un comunitarismo settario, fondato su distinzioni e discriminazioni.

Gesù non rilascia programma politici, lasciandoci nell’incertezza rispetto a ciò che bisogna o non bisogna fare, ma pone un principio teologico di resistenza: restituire a Dio quello che è di Dio significa non fare di Dio un Cesare, cioè un dio politico o un potere che si impone alla maniera di Cesare. Restituire a Cesare ciò che è di Cesare significa non fare di Cesare un dio, cioè una istanza politica che determina il senso ultimo dell’esistenza.

Con questa logica è possibile superare il problema della collocazione politica del cristiano e quello della creazione di un partito politico ad hoc che lo possa rappresentare. Egli infatti è chiamato a cooperare per il bene della collettività mostrando di essere nel mondo ma non del mondo, rappresentando la sua contrarietà, in coscienza, rispetto alle posizioni in contrasto con la vita e in particolare di quella degli ultimi, dei poveri, degli indifesi. Al tempo stesso, non rinuncerà al dialogo con il mondo, giacché Gesù non ha mai rinunciato il confronto con nessuno ma ha preferito soccombere piuttosto che imporre la verità con la forza. Anzi proprio nel dono di sé egli ha mostrato la logica del Dio cristiano che i suoi discepoli sono chiamati a seguire ed imitare, mostrando al mondo la differenza cristiana.