La relazione con l’altro

La relazione con l’altro comporta necessariamente dei conflitti. Perché?

Anzitutto perché ciascuno di noi è un essere limitato. Siamo “tarati” per giudicare il mondo in base ai nostri occhi e l’interpretazione che diamo della realtà è frutto della nostra visione che è frutto dei nostri limiti culturali, ambientali e sociali. I social network hanno messo in evidenza in maniera lampante questo aspetto: siamo chiusi nella nostra “bolla” che propone i post che più ci piacciono, sui quali siamo invitati a mettere “like”, le nostre “amicizie” molto spesso non corrispondono a quelle reali ma siamo portati ad emettere commenti/giudizi su qualsiasi cosa. 

Byung-Chul Han filosofo sudcoreano nel testo “L’espulsione dell’altro” sottolinea come la nostra società tenda a scartare la differenza a vantaggio dell’uguale, l’altro disturba i meccanismi di un sistema che richiede sempre più velocità. Tutto ciò ha l’effetto di impoverire la vita e genera nuove patologie. L’inflazione dell’io imprenditore di se stesso genera angoscia e autodistruttività, l’esperienza e la conoscenza sono sostituite dalla mera informazione, le relazioni personali cedono il posto alle connessioni telematiche, si accumulano amici e follower senza mai incontrare veramente l’altro. 

Luigi Zoja, psicanalista, ne “La morte del prossimo” scrive: “Ama Dio e ama il prossimo, diceva il comandamento. Ma già per Nietzsche Dio era morto. E il prossimo? Nel mondo pre-tecnologico la vicinanza era fondamentale. Ora domina la lontananza, il rapporto mediato e mediatico. Il comandamento si svuota. Perché non abbiamo più nessuno da amare”.Le connessione mediatiche hanno reso costante il contatto ma eliminato la prossimità ed escluso i lontani, gli altri. 

Secondo il sociologo francese Alan Ehrenbergil diffondersi della depressione è una conseguenza del perduto rapporto con il conflitto”. La diffusione delle droghe e gli atti di autolesionismo sarebbero anch’essi l’esito della repressione degli stati conflittuali. Anche la mania del selfie sarebbe l’espressione del tentativo di riempire con il proprio viso una mancanza, un sentimento di vuoto. Anche la morte che è l’estrema conseguenza del conflitto è rimossa nella società contemporanea. Essa non appartiene più alla vita ma la mera fine della vita che occorre differire con ogni mezzo. 

Tutto ciò provoca in noi credenti uno smacco. Il conflitto infatti appare inconciliabile con la ricerca della pace che ogni cristiano dovrebbe perseguire in ogni contesto di vita. 

Il rischio di fronte al conflitto è duplice: quello della fuga o quello della violenza. Ma come cristiani abbiamo una responsabilità. Il cristiano è un pacificatore, un chiamato a fare pace tra sé e gli altri, in ogni circostanza. Sin dalla prima pagine della Bibbia, la parola di Dio ci parla di questa difficoltà della relazione con l’altro, a cominciare dal peccato originale che è frutto di incapacità di ascolto e di comunicazione tra Dio e l’uomo e tra l’uomo e la donna e poi con l’episodio del fratricidio operato da Caino nei confronti del fratello Abele. 

Queste dinamiche conflittuali riguardano tutti gli aspetti della nostra vita. Ogni gruppo, comunità, formazione sociale è tentata di rinchiudersi in se stessa, di essere escludente. Ma il conflitto colpisce anche all’interno rischiando di disgregare il gruppo. 

Non possiamo rifugiarsi nella preghiera o negli atti caritatevoli lasciando che il resto della nostra vita proceda normalmente ovvero resti immersa nei conflitti. La preghiera e la carità ci aiutano invece a trasformare le nostre vite affrontando i conflitti, facendosene carico. 

La prima cosa da fare è dunque riconoscere che i conflitti fanno parte della nostra vita, non solo materiale ma anche spirituale. Essi sono inevitabili per andare incontro a Cristo. Anche Gesù li ha vissuti pienamente nel suo percorso di fede. Non dobbiamo pensare che Gesù sia nato e formato come vero uomo per il fatto che sia Figlio di Dio. Anche lui ha conosciuto il conflitto, il distacco dai genitori, dalla famiglia, ha subito la persecuzione della sua comunità che fino a poco tempo prima lo osannava e infine ha subito il tradimento e l’abbandono dei suoi amici più stretti, i discepoli, fino a sentire l’abbandono di Dio sulla croce.

Il conflitto è dunque esperienza di un limite. La crescita della persona umana non è altro che un crescendo e un adeguamento fisico e spirituale ai limiti e ai conflitti che il mondo ci mette di fronte (parlo di conflitti in senso generico, ampio) nella misura in cui cresce la nostra libertà. Esistere significa ricevere l’esistenza da altri (prima di essere stati madri o padri, siamo stati figli e figlie) e al tempo stesso esistere significa anche provocare reazioni negli altri, i nostri genitori prima, i nostri figli oggi, i nostri amici, i coniugi ecc. 

Fuggire i conflitti significa rinunciare ad essere. Non si vive senza gli altri. Questo significa che non si vive senza lottare con loro. Allora è importante che ciascuno si senta immerso nella sua specifica parte di esistenza che gli è stata affidata dalla sua condizione di uomo, di donna, di madre, di padre, di figlio, di lavoratrice. Ciò che ci viene chiesto è affrontare i conflitti che viviamo e non pretendere di salvare il mondo intero. Se il cristiano si sottomette alla prova di questi conflitti imparerà l’umiltà della pace, si renderà conto che la pace non è qualcosa che appartiene al cielo. 

In questi conflitti il cristiano, mi preme sottolinearlo, non ha ricette già pronte ma attraverso la preghiera e la carità possiamo portare Dio nelle relazioni umane. Il cristiano è colui che ispira la sua vita a Cristo, fa di Gesù il suo unico maestro e per questo lo studio e la preghiera della parola di Gesù diventano uno strumento fondamentale per orientarci nella vita. 

L’obiettivo di questo esercizio, di questa “ascesi” spirituale è cercare di assumere lo sguardo di Gesù rispetto alle situazioni di vita che ci coinvolgono nel quotidiano partendo dal presupposto che quando incontriamo gli altri è Dio che ci parla e ci interpella attraverso di loro e attraverso di loro possiamo giungere alla riconciliazione con Dio e con gli uomini. Non ci sono altre strade, non ci sono scorciatoie per arrivare a Dio se non attraverso il prossimo. Per il cristiano parlare di Dio significa avere in mente Gesù, è lui che ci narrato Dio e ci invita a seguirlo per seguire il padre, nell’amore dei fratelli. 

La pace arriva da un assenso più profondo al compito che Dio ci ha dato. Assumere questa vocazione particolare, questi compiti famigliari, lavorativi, sociali che Dio ci ha affidato è il modo di mostrare la nostra fedeltà a Dio, di mettere a frutto i talenti che ci sono stati dati. Da questa fedeltà il mondo riconoscerà i cristiani, dai frutti e dalla gioia che Gesù ha promesso a chi sarà fedele alla sua parola. Questa è la differenza cristiana. Non abbandonare l’altro, né usargli violenza ma esercitare responsabilità e cura. Per fare questo occorre molto spesso la creatività che nasce appunto dalla custodia amorevole. 

Il conflitto oppone due interpretazioni che vengono messe in questione attraverso il confronto che permette a ognuno maggiore lucidità. Mettere in discussione la propria posizione per cercare di includere anche il punto di vista dell’altro accogliendolo ricercando soluzione creative al conflitto.

Nel conflitto siamo iniziati all’esistenza dell’altro, dobbiamo prendere atto che l’altro c’è e non possiamo né ignorarlo né eliminarlo. Qualcosa di indicibile si rende presente e nell’altro possiamo contemplare e rispettare lo stesso mistero che sia in noi che in lui. 

Agostino dirà “Io stesso sono diventato domanda a me stesso: chi sono? Che cosa sono?”. Sono un uomo posso rispondere ma che cosa sono solo Dio può saperlo con esattezza. Anche l’altro è figlio di Dio e mi parla del mio Dio. Mio Dio non perché mi appartiene ma perché io appartengo a lui insieme agli altri che mi aiutano a disvelare altre prospettive di quello stesso Dio. Ecco dunque l’impegno a cui anche Papa Francesco ci chiama per la fraternità universale che passa non da generici appelli ma dal farsi prossimo, alla stregua del “samaritano” che Gesù stesso ci indica ad esempio. 

Attraverso i conflitti Dio dunque spezza le sicurezze, dilata gli orizzonti e rinnova la fede. Dio è un idolo se lo identifichiamo con ciò che ci piace. Se lo comprendi non è Dio, dirà ancora Sant’Agostino. Egli è anche l’altro, anzi è l’Altro per eccellenza. In tutta la Bibbia non si racconta che questo: il farsi Altro di Dio. La brutalità dei conflitti ci insegna chi egli è, così come ce lo insegna la dolcezza della preghiera e la tenerezza dell’amore. 

Gesù vive con il Padre nell’unità ma al tempo stesso riceve la vita, la volontà, l’azione, la parola. Una misteriosa distanza vissuta fino all’agonia. Il padre gli fa violenza, Gesù fa violenza a se stesso accettando la volontà del padre come sua. A questo prezzo egli riconosce nel Padre colui dal quale non può essere separato, fino a decidere di donare la sua vita per amore. Per questo il Padre lo resuscita e lo pone alla sua destra, faccia a faccia con sé, dimostrando che non come la morte, come dice il salmo, ma più forte della morte è l’amore.

Questo percorso che Gesù compie nella sua vita lo compie grazie alla libertà che egli vive, da cui scaturisce la responsabilità per coloro che gli sono stati affidati, gli uomini e le donne, che definisce suoi fratelli. 

Gesù ci insegna la via di Dio con libertà. Ed è proprio questo a suscitare opposizione. L’autorità e la libertà di Gesù spiegano i conflitti che saranno determinati dalla sua parola e che lo porteranno da ultimo alla sua condanna. Questa libertà che è una libertà-per viene però declinata come libertà-da.

La prima forma di libertà vissuta da Gesù è nei confronti della sua famiglia, dei legami famigliari, della cellula umana e sociale primordiale. Ciò non significa che Gesù contesti la famiglia o non la valorizzi. Semplicemente egli afferma la precedenza della volontà di Dio e dell’annuncio del Regno rispetto ad ogni legame, a cominciare da quello famigliare. 

Nel Vangelo di Marco questo episodio è subito dopo l’istituzione, la chiamata dei discepoli. L’inizio della predicazione pubblica di Gesù scatena la sua famiglia che vorrebbe fermarlo. Gesù risponde in maniera eloquente con una parola che richiede semplicemente di essere accolta (Mc 3,31-35). 

Gesù sceglie una nuova famiglia che non è quella legata da vincoli di sangue. E’ una scelta atipica, costosa per l’epoca che si rivela fonte di libertà. Gli consente di mettersi totalmente a disposizione della sua missione: l’annuncio del Regno. Questa scelta netta chiede anche ai suoi discepoli. 

La libertà dalla famiglia, vissuta e richiesta da Gesù, dona la possibilità di sperimentare il centuplo nel tempo presente. Questo vale per il cristiano di ogni tempo, in qualsiasi stato di vita si trovi. Anche all’interno della famiglia sono sempre le esigenze del Regno a dover prevalere ma alla lunga l’esperienza di questa libertà si traduce in possibilità di vita gioiosa libera e liberante per coloro che il cristiano incontra nel suo cammino, a cominciare dai suoi famigliari. 

Fare la volontà di Dio è un’espressione che troviamo raramente nel vangelo. Essa è descritta in negativo, sappiamo cosa non è fare la volontà di Dio: incostanza di fronte alle tribolazioni, essere presi dalle preoccupazioni del mondo o subire la seduzione delle ricchezze. 

Gesù vede che il suo annuncio e le sue azioni sono stati accolti da coloro che lo hanno messo al centro della loro vita e in essi porteranno frutto. Seguire Gesù e insieme a lui imparare a fare la volontà di Dio ci rivela la possibilità di essere fratelli. La libertà dai legami famigliari ovviamente non significa libertà dai famigliari. Significa compiere tutto quel percorso che Gesù stesso ha fatto e con lei per prima fra le donne e gli uomini da sua madre Maria. Lei infatti che nel testo di Marco viene potremmo dire respinta in maniera dura dal figlio, la ritroviamo accanto al figlio sotto la croce insieme e nel Vangelo di Giovanni addirittura Gesù le affiderà il discepolo amato. Lei che qui è allontanata evidentemente ha compiuto un percorso che il suo ruolo di madre può avere facilitato ma che non è scontato. 

Questo percorso consiste nell’aver compreso e meditato le parole di quel Figlio che già dodicenne si rivela ai genitori in maniera misteriosa mentre lo cercavano preoccupati al ritorno da Gerusalemme “Non sapevate che devo occuparmi della cose del Padre mio?” (Lc 2,49) e che proprio nel dono totale di sé per amore degli altri, fino all’amore dei nemici, svelerà se stesso e il Dio che ha annunciato con gesti e parole per tutte la sua vita.

Riprendendo quindi in chiusura quanto dicevamo all’inizio in merito all’assenza di ricette da parte del cristiano nella soluzione dei conflitti, ciò che possiamo offrire è piuttosto uno stile cristiano, una differenza che nasce da un approccio di ascolto e di attenzione verso l’altro. “L’attenzione è la preghiera spontanea dell’anima” scrive Malebranche. L’anima è sempre in atto di preghiera. È in cerca. È un’orante invocazione dell’altro, totalmente Altro. Nella preghiera e nell’ascolto ci esercitiamo a questa attenzione, alla presenza misteriosa del totalmente Altro: “Dove due o tre sono uniti nel mio nome, io sarò con loro” (Mt 18,20) dice Gesù. Considerare la vita a partire dall’Altro è l’antidoto al mettere sempre davanti il nostro ego, imparare il linguaggio della responsabilità e imparare ad ascoltarlo.

L’ascolto richiede impegno, prossimità, non è possibile un ascolto a distanza, digitale; esso richiede tempo, un tempo che però è anche in grado di riconciliare e guarire. È proprio questo ciò di cui abbiamo bisogno, una rivoluzione del tempo che diventi tempo dell’ascolto, tempo per l’altro, tempo improduttivo, che a differenza del tempo per sé è in grado di costruire una comunità.

Bibliografia

M. De Certeau, Mai Senza l’Altro, Qiqajon, Magnano, 2000
L. Zoja, La morte del prossimo, Einaudi, Torino, 2009
B.C. Han, L’espulsione dell’Altro, Nottetempo, Milano, 2017

Just Mercy. Il diritto di opporsi

“Il diritto di opporsi” è un libro necessario per capire ciò che sta accadendo in USA da alcuni mesi a questa parte.
Dietro l’aurea di efficienza che si cela dietro il sistema giudiziario americano visto da oltreoceano, l’autore e protagonista del libro, l’avvocato Bryan Stevenson, racconta attraverso storie vere, il lavoro svolto con la sua associazione contro la pena di morte, a fianco degli invisibili delle carceri americani, manco a dirlo poveri e neri, vittime di clamorose ingiustizie.

Carcerazioni di massa, condanne a morte inventate, lavori forzati, minorenni condannati all’ergastolo, misure draconiane quasi sempre dirette verso la parte più povera e debole della popolazione, hanno contribuito a far crescere la paura ma anche la rabbia di un’intera comunità.

“Il diritto di opporsi” è il titolo di un libro (e di un film) che nella versione originale sarebbe invece “Just Mercy” ovvero “Sola grazia”.
La traduzione del titolo ovvero la sua sostituzione, come spesso fanno editori e produttori italiani, è un tradimento del libro o quantomeno del significato principale che l’autore avrebbe voluto dare alla sua opera che è appunto quella di dare misericordia, perdono. Del resto potrebbe sembrare strano, al
lettore distratto, che un avvocato americano di successo usi il termine “mercy” in un libro che narra di processi, casi e sentenze.

Non lo è nel momento in cui il lavoro di Stevenson (laureato in filosofia prima di intraprendere lo studio del diritto) diventa occasione per una riflessione più profonda sui temi con cui l’autore si è confrontato nel corso di una vita intera.
È la vicinanza praticata a fianco dei sofferenti che dà modo di comprendere che “Non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza perdono”, come disse Giovanni Paolo II. La giustizia è veramente tale quando non si trasforma in vendetta e ambisce a non ridurre il reo all’atto che ha commesso.

Anche per questo, come ci fa intendere l’autore, la crisi della società americana non potrà essere superata se non con un riconoscimento delle profonde ingiustizie subite dalla comunità afroamericana nel corso della storia e da un processo di conciliazione che metta fine alla segregazione razziale che continua a perpetrarsi sotto varie forme.

Allo stesso modo, noi che assistiamo a quanto sta avvenendo di là dell’oceano, non siamo immuni dalla tendenza a criminalizzare i poveri e gli stranieri. Per cui siamo chiamati a non perdere quella pratica di compassione che pure caratterizza ancora tanta parte del tessuto sociale, respingendo i tentativi politici di rendere più cinica la nostra società.

L’assenza di compassione può corrompere la dignità di una comunità, di uno Stato, di una nazione.“ (pag. 28).

I Borghi del Respiro: per una ecologia integrale applicata*

I Borghi del respiro si sono presentati sabato 1 agosto in un seminario con diretta web organizzato in contemporanea da Fontecchio (AQ), da Nocera Umbra (PG) e Leonessa (RI) a cura dell’Associazione Nazionale Borghi del Respiro presieduta dall’Avv. Luciano Morini e dalla Dott.ssa Francesca Marinangeli in qualità di coordinatrice del Comitato Scientifico dell’Associazione. 

I primi 15 Comuni italiani aderenti hanno firmato il “Patto per il Respiro”, impegnandosi simbolicamente ed effettivamente, nell’ambito dell’Associazione Nazionale Borghi del Respiro, a tutelare la salubrità ambientale, a migliorare lo sviluppo e il turismo sostenibile locali e la vivibilità del borgo, perseguendo l’obiettivo di proteggere la salute e il benessere respiratorio di cittadini ed ospiti e al contempo di promuovere una cultura della salute. A prescindere dall’emergenza Covid-19, infatti, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ci ricorda che l’inquinamento atmosferico rappresenta una delle principale causa di mortalità nelle zone sviluppate e riduzione della vita media in quanto fattorie primario nello sviluppo di malattie cardiache e respiratorie.

I Borghi del Respiro sono situati in distretti di buona qualità dell’aria attestati dai principali parametri nazionali (D. Lgs. N. 155/2010) definiti in attuazione del Piano Europeo per l’aria pulita COM (2013)918.  Oltre a questa qualità intrinseca, i Comuni che aderiscono all’Associazione Nazionale Borghi del Respiro siglano un “Patto del Respiro” con il quale si impegnano formalmente ad offrire a residenti e turisti servizi dedicati alla salute respiratoria, ma non solo. Il patto del respiro significa prevenzione della salute ma anche alleanza e perseguimento di uno sviluppo sostenibile, protezione della natura, monitoraggio della qualità dell’aria e promozione di sani stili di vita.

Il nuovo rapporto Air Quality Life Index (AQLI) realizzato dall’Università di Chicago ha ribadito come nonostante il coronavirus, l’inquinamento atmosferico rimane ancora il maggior fattore di rischio per l’aspettativa di vita globale. Lavorando senza essere visto all’interno del corpo umano, l’inquinamento da particolato ha un impatto più devastante sull’aspettativa di vita rispetto alle malattie trasmissibili come la tubercolosi e l’HIV/AIDS, e addirittura al fumo di sigaretta e persino alla guerra.
Anche in merito al Covid-19 nella comunità scientifica si discute sui possibili legami con l’inquinamento ed in particolare sulle cause della differenta modalità di diffusione di questo virus che colpisce le vie respiratorie. Diversi studi hanno accertato una correlazione tra zone particolarmente inquinate e aggressività del nuovo coronavirus dovuta al ruolo di facilitatore nella trasmissione del virus che il particolato avrebbe per la capacità di queste particelle inquinanti di penetrare negli alveoli polmonari. 
Sebbene ancora non sia stato accertato il rapporto di causa effetto, già da tempo è stata comunque accertata in ambito medico la relazione tra la prolungata esposizione all’inquinamento atmosferico e le malattie respiratorie e cardiache che rappresentano di gran lunga la principale causa di morte negli uomini. 
Secondo l’OMS L’inquinamento atmosferico ogni anno uccide 7 milioni di persone nel mondo. Nessuno si salva visto che 9 cittadini su 10 respirano aria contenente alti livelli di sostanze inquinanti.

Il progetto si avvale di un comitato scientifico che ha definito il regolamento e ha proposto un pool di azioni virtuose alle quali i Comuni possono aderire per preservare, migliorare e valorizzare la qualità dell’aria dei propri territori nell’ottica di uno sviluppo sostenibile (Agenda 2030 ONU). Il Comitato, di livello scientifico elevatissimo, vede la partecipazione dei seguenti Enti: CREA, Centro di Ricerca Politiche e bio-economia, come coordinatore (settore: Biopolitiche rurali e protezione della natura); AIPO-ITS – Associazione Italiana Pneumologi Ospedalieri – Italiana Thoracic Society (settore: Prevenzione della salute respiratoria e sani stili di vita); ISTO-OITS Organizzazione internazionale del Turismo Sociale rappresentato in Italia daUNPLI, Unione Nazionale Pro-Loco d’Italia (settore: turismo sociale e sostenibile); ISPRA, IstitutoSuperiore Per la Protezione e la Ricerca Ambientale, (settore: ambiente e monitoraggio della qualità dell’aria); Associazione Italiana Pazienti BPCO onlus, (settore: formazione ed informazione al pubblico).

I Borghi del respiro rappresentano la prosecuzione in ambito nazionale del progetto pilota “Nocera Umbra Oasi del respiro del respiro” avviato allorquando il sottoscritto in qualità di assessore con la consulenza della dott.ssa Marinangeli propose la realizzazione di una serie di azioni finalizzate a valorizzare le qualità naturalistiche e ambientali di Nocera Umbra. 

Il progetto dei “Borghi del Respiro” non si limita a migliorare l’offerta turistica dei Comuni aderenti ma aspira ad essere un progetto nei quali le amministrazioni siano coinvolte in un impegno complessivo che si ponga come strategia contro lo spopolamento che soffrono tutti i Borghi delle aree interne italiane. Anche Papa Francesco nell’enciclica “Laudato Sì”, sulla cura della casa comune, ci ricorda che “tutto è connesso” ovvero che “Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura” (n. 139). In altre parole, “non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri” (n. 49).

Per questo motivo gli ambiti sui quali invitiamo le amministrazioni a lavorare non si limitano agli aspetti turistici. La sfida che lanciamo ai Comuni delle rete Borghi del respiro è quella di essere creativi, stimolando l’avvio di nuove iniziative imprenditoriali nel rispetto dei principi dell’economia circolare, per contrastare lo spopolamento delle aree interne del nostro Paese.
Pochi mesi fa, prima della pandemia Covid-19 è giunta la notizia che per la prima volta nella storia il numero delle persone che nel mondo vivono in città ha superato quelle che vivono in campagna. Oggi a molti parlano di ritorno ai borghi, di nuovo sviluppo a partire dall’aree interne. Noi siamo molto felici di questo ma al tempo stesso crediamo che la riscoperta delle aree interne non possa essere legata solo al turismo.

Il rilancio dei Borghi passa attraverso un nuovo sistema economico che consenta la creazione di nuovi posti di lavoro nell’agricoltura, nel commercio, nell’artigianato e nei servizi attraverso la valorizzazione e la promozione delle risorse ambientali e favorendo il ritorno alla vita e al lavoro nei borghi, con l’aiuto delle nuove infrastrutture digitali e tecnologiche che diventano essenziali per lavorare e vivere nei borghi montani.

Per questo non è casuale la scelta di Comuni di montagna che hanno vissuto o vivono il dramma del terremoto. Perché vogliamo mettere a disposizione di queste realtà a cui siamo legati e di cui riconosciamo l’importanza per il patrimonio ambientale culturale e sociale italiano, una serie di proposte e un supporto scientifico che possa aiutarli ad esprimere la generatività necessaria al loro rilancio. Siamo convinti, infatti, che il nuovo rinascimento italiano debba assumere come spunto le bellezze naturali dell’aria, dell’acqua, della terra e dai borghi montani diffondersi in tutto il Paese.

Ecco la lista dei primi 15 Comuni aderenti nelle Regioni attualmente coinvolte: Abruzzo –  Fontecchio, Lucoli, Rocca di Mezzo, Rocca di Cambio, Scanno, Secinaro, Tione degliAbruzzi, Villa S. Angelo; Lazio- Amatrice, Cittareale e Leonessa; Umbria- Cascia, Nocera Umbra, Passignano sul Trasimeno, Sigillo. L’obiettivo è quello di crescere già dal prossimo anno con le adesioni di altri Comuni provenienti anche da altre Regioni d’Italia che abbiano le stesse qualità ambientali e la voglia di lavorare su questi temi.

*pubblicato sul periodico “L’Altranocera”

Il logo del marchio Borghi del Respiro

Tra Ferragosto e Natale. Pensieri sparsi

Il bus 142 di Christopher McCandless, il ragazzo morto all’età di 23 anni protagonista del libro di Jon Krakauer e portato sulla grande schermo da Sean Penn, è stato rimosso. L’amministrazione dello Stato dell’Alaska ha deciso di distruggerlo per evitare che gli escursionisti potessero mettersi in pericolo. McCandless dopo aver lasciato casa e famiglia si mise in viaggio da solo alla ricerca di se stesso, trovando la morte in circostanze sfortunate. Nei suoi diari scrisse la frase chiave della sua storia: “la felicità è reale sono se condivisa”.

In questi mesi di pandemia fioccano gli inviti a godere delle propria situazione, a riprendersi la propria vita senza mettersi in pericolo; a rispettare il proprio lavoro e la propria azienda, per chi ancora ce l’ha. Sono messaggi che istintivamente possono suscitare immediata simpatia ma riflettendoci più a fondo dobbiamo riconoscere che stare bene pensando a chi sta peggio di noi non è granché. Per questo se siamo più fortunati nell’affrontare una crisi, come persone o come Paese, a prescindere se ciò dipenda dalla nostra bravura o dalle circostanze, abbiamo la responsabilità di aiutare chi è più in difficoltà. Proprio perché come comprese McCandless “la felicità è reale solo se condivisa”.

La pandemia ci rivela l’alto grado di connessione che c’è ormai tra tutta la famiglia umana e quanto sia importante cooperare affinché tutti possiamo ritenerci al sicuro.

Ci dividono frontiere sempre più labili, cieli, terre e mari rapidamente attraversabili.
Davvero mostrare la faccia cattiva, essere inflessibili con i più poveri può metterci al sicuro?

Volere il bene di chi più soffre non è buonismo perché se siamo un’unica famiglia, un unico corpo, allora non si può restare indifferenti alla sofferenze di mio fratello o di mia sorella.

Ma dove comincia la prossimità? Certo non può essere la soglia di un porto, un confine, una carta di identità o un passaporto a definirla. Ogni giorno nel vissuto quotidiano, in famiglia, a lavoro, in città, ciascuno potrà, se vorrà, aprire gli occhi sulle tante sofferenze di fronte alle quali avrà deciso di non voltarsi dall’altra parte.

Se ci fosse una classifica sulla generosità dei mesi dell’anno, sicuramente potremmo dire che Dicembre sarebbe il mese più “generoso” mentre Agosto probabilmente sarebbe il più “egoista” con il suo riposo dalle cose quotidiane, il distacco dagli altri e dalla città.

Facile quindi per il solito politico di turno girare per le spiagge e le città ad aizzare il popolo contro “gli immigrati che sputazzano e infettano”. Egli spara il suo messaggio come uno spot pubblicitario, sperando che il sottofondo rumoroso possa diffondere il virus egoista e faccia vendere il suo prodotto all’elettore/consumatore distratto dal caldo e dalle ferie.

L’antidoto alla diffusione di questo virus è ricordarsi che “o è Natale tutti i giorni o non è Natale mai” come cantavano Carboni e Jovanotti nella cover natalizia di “More than Words”. Al solito sono i poeti con le loro pennellate espressive a sintetizzare con mirabili metafore il senso di ciò che gli uomini portano nel cuore.

“PENSA AGLI ALTRI

Di Mahmoud Darwish

Mentre prepari la tua colazione, pensa agli altri,
non dimenticare il cibo delle colombe.

Mentre fai le tue guerre, pensa agli altri, non dimenticare coloro che chiedono la pace.

Mentre paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri, coloro che mungono le nuvole.

Mentre stai per tornare a casa, casa tua, pensa agli altri, non dimenticare i popoli delle tende.

Mentre dormi contando i pianeti , pensa agli altri, coloro che non trovano un posto dove dormire.

Mentre liberi te stesso con le metafore, pensa agli altri, coloro che hanno perso il diritto di esprimersi.

Mentre pensi agli altri, quelli lontani, pensa a te stesso, e dì: magari fossi una candela in mezzo al buio.”

Per fortuna anche in queste giornate d’agosto c’è chi decide di non pensare solo a sé e di dedicare del tempo a chi è solo e non ha una casa. Questi gesti concreti sono il presidio contro il diffondersi della barbarie.

E non a casa la tradizione e la sapienza della Grande Chiesa ha voluto porre al cuore della festività pagana delle “Feriae Augusti” che comunemente traduciamo con il termine di Ferragosto, la festa dell’Assunzione in cielo della Vergine Maria, il prototipo dell’umanità voluta da Dio, l’essere per gli altri che così divinamente è stata descritta da Dante nell’ultimo Canto del Paradiso:

Vergine madre, figlia del tuo figlio,

umile e alta più che creatura,

  termine fisso d’etterno consiglio,

tu se’ colei che l’umana natura

nobilitasti sì, che ‘l suo fattore

   non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l’amore,

per lo cui caldo ne l’etterna pace

così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridïana face

di caritate, e giuso, intra ‘ mortali,

se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre,

sua disïanza vuol volar sanz’ali.

La tua benignità non pur soccorre

a chi domanda, ma molte fïate

liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,

in te magnificenza, in te s’aduna

quantunque in creatura è di bontate.

La tenda issata per ripararsi dal solo cocente durante il pranzo domenicale della Comunità di Sant’Egidio a Perugia

L’angelo della storia

Ma se io fossi vissuto in Germania ai tempi del nazismo avrei contrastato Hitler o avrei seguito la maggioranza?

È una domanda assurda perché è impossibile rispondervi. Eppure è bene tenerla presente.
Perché ci dice l’importanza di studiare la storia per fare memoria degli avvenimenti, per il rispetto che si deve alle vittime e per il rispetto che dobbiamo a noi stessi nella costruzione di una società più umana.
La statua imbrattata di Montanelli è frutto di un cortocircuito tra la storia in gran parte ignorata da noi stessi (le leggi razziali italiane e le sue conseguenze sulle colonie) e la spinta a manifestare solidarietà alle vittime della storia di ieri e di oggi.

Il passato non è muore mai. E non è nemmeno passato” William Faulkner

Se ha poco senso imbrattare e distruggere le statue (di cui si può democraticamente ottenere la rimozione) inseguendo una furia iconoclasta che finisce per dividere il mondo in buoni e cattivi, la sfida è piuttosto quella di provare a declinare diversamente la pace e la giustizia come capacità di costruire una cultura del conflitto in grado di evitarne le forme di degenerazione violenta, di far tesoro del passato e di descrivere il presente.
Ad esempio riconoscendo che la convivenza tra popoli e culture diverse non è impossibile e se lo è non può esserlo solo quando un popolo regni su altri (come pensava Montanelli).

Nella tesi IX che è al centro delle sue riflessioni sul concetto di storia Walter Benjamin scrive:

«C’è un quadro di Klee che s’intitola “Angelus Novus”. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta»

Paul Klee, Angelus Novus, 1920

Un mondo riconciliato, secondo Benjamin, è anzitutto un presente che ha fatto i conti col passato, ricomponendo i pezzi infranti dell’umanità con l’oro, secondo la tecnica giapponese kintsugi, affinché la memoria delle ferite non sia cancellata. Così potrà forse essere raggiunto quel nuovo umanesimo che consentirà di dire basta alle ingiustizie.

Conoscere e comprendere la storia è dunque la parola chiave per costruire un umanesimo che attraverso azioni e linguaggio muovi renda giustizia alle vittime della storia, di ieri e di oggi.

Sulla violenza

La rabbia non è affatto una reazione automatica alla miseria e alla sofferenza in quanto tali. Soltanto dove c’è ragione di sospettare che le condizioni potrebbero cambiare e non cambiano scatta la rabbia… soltanto quando il nostro senso di giustizia è offeso reagiamo con rabbia… in certe circostanze la violenza è l’unico modo di rimettere a posto la bilancia della giustizia…
Che questi atti, in cui gli uomini prendono la legge nelle proprie mani in nome della giustizia, siano in conflitto con le costituzioni delle comunità civili è innegabile; ma il loro carattere anti politico non vuol dire che siamo inumane o puramente emozionali…
Strappare la maschera dell’ipocrisia dalla faccia del nemico, smascherare lui e le sue astute macchinazioni e manipolazioni che gli permettono di esercitare il potere senza far ricorso a mezzi violenti, cioè provocare un’azione anche a rischio di essere annientati affinché la verità possa emergere – queste sono ancora alcune delle motivazioni più forti presenti nella violenza di oggi…
La violenza non promuove cause ma può servire a drammatizzare le ingiustizie e a sottoporle all’attenzione dell’opinione pubblica.
Il pericolo della violenza sarà sempre quello che i mezzi sopraffacciano i fini. Se gli obiettivi non sono raggiunti rapidamente, il risultato non sarà la semplice sconfitta ma l’introduzione della violenza in tutto l’insieme delle politica. L’azione è irreversibile e il ritorno allo status quo dopo la sconfitta improbabile. La pratica della violenza, come ogni azione, cambia il mondo, ma il cambiamento più probabile è verso un mondo più violento
”.
Hanna Arendt, Sulla violenza, 1969 #blacklivesmatter

Comprendere

Da “Testimoni del Vangelo”, Qiqajon

“Come si fa ad amare ciò che non si comprende e come si fa a comprendere ciò che non si ama?”
Queste domande hanno un valore universale che trascende l’ambito di fede. In qualsiasi contesto, la comprensione è legata all’amore e viceversa.

Quando diciamo “voglio comprendere” stiamo dicendo anche “voglio amare”. “Comprendere”, come suggerisce la parola stessa, non si risolve nel confronto con se stessi ma riguarda il rapporto con gli altri: per questo non può mai dirsi definitivamente acquisito, né frutto di un percorso di autonomo apprendimento.

Non si finisce mai di imparare perché non si smette mai di comprendere l’altro e perché gli altri sono una componente essenziale nella nostra comprensione del mondo, di ciò che siamo e di ciò che facciamo. Per questo anche la comprensione di noi stessi, degli altri e del mondo procede tra alti e bassi, cadute e nuovi inizi, parallelamente alla nostra capacità di amare.

Nella fede la dinamica è la stessa. Gesù rimprovera spesso i discepoli perché incapaci di comprendere. Solo dopo la morte, con la sua Resurrezione, essi capiranno il significato delle scritture rileggendo la sua vita dall’inizio, il suo dono d’amore. E lo capiranno nella misura in cui sentiranno Gesù stesso ancora vivo e presente in mezzo a loro, corrispondendo finalmente a quell’amore che gli ha fatto ardere il cuore, vincendo definitivamente la morte.

Quarentena e Quaresima

Ricordati che sei polvere e polvere ritornerai”. 
È una frase che dicevamo spesso da ragazzi a mo’ di battuta. Era difficile se non impossibile comprenderne il significato per la mente di un adolescente. Finché la scomparsa improvvisa di una persona cara non ne svelò improvvisamente il significato. È la verità sulla nostra vita: siamo davvero polvere, deboli e fragili. 
Verità che cerchiamo di fuggire in ogni modo ma che torna costante nella vita di ciascuno, con modalità quasi sempre inaspettate. 

Entriamo nella Quaresima 2020, tempo di digiuno e astinenza, con le immagini degli scaffali dei supermercati svuotati dalla paura irrazionale e collettiva di fronte ad una minaccia dalla quale non sappiamo come difenderci. Timorosi forse di affrontare una quarantena senza cibo. 
Alcuni falsi profeti si sono affrettati a spiegarci che questo nuovo virus è frutto del castigo divino, contribuendo a creare allarmismo. Ma non è così. 

Nella sapienza della Chiesa il gesto della cenere sul capo nel Mercoledì de Le Ceneri, insieme al digiuno, non è una macabra rappresentazione anticipata dell’inevitabile dipartita ma un invito ad assumere questa fragilità, come l’ha assunta Gesù stesso, per viverla fino in fondo, senza meschinità, nell’amore. Perché alla sera della nostra vita saremo giudicati proprio sull’amore, sui legami che danno senso e significato all’esistenza terrena. 

Questa bellissima frase di Pedro Arrupe, sacerdote che spese la propria vita nell’amore per Dio e per i poveri, sintetizza poeticamente il senso della vita e può aiutarci a vivere una vita che non sia una quarantena isolata e impaurita, ma una Quaresima ricca di frutti in attesa della Pasqua di Resurrezione. 

Ciò di cui tu ti innamori cattura la tua immaginazione e finisce per lasciare la sua orma su tutto quanto. Sarà quello che decide che cosa ti farà alzare dal letto la mattina, cosa farai nei tuoi tramonti, come trascorrerai i tuoi fine settimana, quello che leggi, quello che sai, quello che ti spezza il cuore e quello che ti travolge di gioia e gratitudine. Innamorati! Rimani nell’amore! Tutto sarà diverso.

Eros redento

Nel monologo di Benigni a Sanremo sul Cantico dei Cantici, il regista toscano costruisce quello che lui definisce un trailer sulla “canzone delle canzoni” ovvero una breve presentazione di quel piccolo libretto finito quasi per sbaglio nella Bibbia, in cui si canta l’amore carnale tra uomo e donna, senza mai nominare Dio.

Molti biblisti sono stati chiamati in causa e hanno detto la loro, commentando più o meno favorevolmente l’intervento del Comico: Lidia Maggi, Rosanna Virgili, Enzo Bianchi, Luigino Bruni.

Chi lo ha valutato positivamente si è concentrato sull’importanza che un intervento di questo tipo, nella TV pubblica e nel momento di massimo ascolto, ha apportato alla conoscenza di un testo sicuramente originale e poco conosciuto delle Sacre Scritture.

I detrattori hanno invece sottolineato l’assenza o quasi la contrapposizione che l’attore ha posto tra la lettura letterale del testo che parla esclusivamente dell’amore umano, carnale e la lettura allegorica dell’amore spirituale che ne ha giustificato l’inserimento nel canone biblico.

Di certo la mancanza vi è stata e su questo lo show di Benigni è sembrato carente. Nel Cantico dei Cantici infatti non è possibile scindere le due interpretazioni e se è vero che, come scrive Ceronetti, “la lettura erotica del Cantico è la più sicura“, essa tuttavia “non ha senso se il letto degli amori non è rischiarato da una piccola lampada che rischiari, attraverso quei trasparenti amori, il Nascosto” (Il Cantico dei Cantici, a cura di G. Ceronetti, Adelphi, pag. 104).

L’errore di Benigni è stato quello di aver insistito troppo sulla parafrasi di un sogno erotico, facendo perdere al testo gli aspetti nascosti della poesia, rendendo oscena sul palco dell’Ariston (letteralmente ob scenus, fuori luogo) l’intimità dell’amore carnale. Come scrivi Jean Bastaire “Oggi abbiamo denudato il sesso ma, così facendo, ne abbiamo consacrato la supremazia. Ciò che procurava un delizioso fremito di terrore era la trasgressione; adesso abbiamo eretto la trasgressione a metodo di conoscenza.” (J. Bastaire, Eros Redento, Qiqajon, 2000).

Tutto ciò del resto non sarebbe successo se negli ultimi secoli non avesse prevalso all’interno del cristianesimo una concezione di disprezzo del corpo che ha ridotto la sessualità alla sua funzione puramente genitale, sviluppando una dottrina che esaltava la castrazione e le umiliazioni corporali, provocando nel XX secolo la spinta verso una effimera ed illusoria liberazione.

Tra la sessualità negata e la sessualità idolatrata sta dunque lo sforzo di inserire la sessualità all’interno di un disegno più grande, in cui l’erotismo non è negato, né finalizzato a se stesso ma è mezzo per innalzare l’essere verso il suo Creatore.

Tutto ciò nel Cantico dei Cantici passa attraverso la rivelazione di ciò che di nascosto ovvero di divino c’è tra i due amanti, divinità che, come ha scritto Luciano Manicardi, non consiste tanto nella sostituzione di uno dei due amanti con Dio o nel reputare divinizzato l’amante: ciò che è divino, nel Cantico, è ciò che intercorre fra gli amanti, è la loro relazione.

È proprio verso l’incontro che tende il desiderio degli amanti verso la realizzazione dell’unione che chiude lo spazio tra i due corpi e si fa dono reciproco e accoglienza dell’altro. È la conoscenza in senso biblico che consiste propria nell’avere accesso diretto ad una realtà esterna.

“Beato chi prova per Dio un desiderio così grande quanto quello di un folle innamorato per la propria amata. Colui che davvero ama si raffigura continuamente il volto della persona amata e lo guarda con tale gioia nel pensiero che neppure il sonno è capace di distoglierlo da quell’oggetto e il suo affetto glielo fa vedere in sogno. Nelle realtà corporali avviene lo stesso che in quelle incorporee” scrive Giovanni Climaco ne La Scala del Paradiso.

Questa uguaglianza fa sì che come l’amore divino è espresso da un desiderio insaziabile anche l’amore sessuale sia di per sé insufficiente a se stesso. Ecco il motivo per cui il Cantico dei Cantici pur narrando in maniera esplicita l’amore tra uomo e donna è al tempo stesso sogno di un amore consumato e al tempo stesso a rischio di svanire e comunque mai del tutto posseduto.

È proprio in questa mancanza che si apertura all’altro che c’è spazio per l’altro e per Dio.

Non a caso il Santo dei santi del Tempio di Gerusalemme è una stanza vuota, uno spazio non occupato, traduzione architettonica dell’uomo come desiderio, vuoto attivo che deve essere riempito. L’uomo come essere di mancanza è Dio stesso che può abitare questo spazio in virtù di questo vuoto che nel tempio racconta questa mancanza. Se non ci fosse questa cavità desiderante Dio non potrebbe visitare l’uomo.

Nel Nuovo Testamento questa cavità è rappresentata dalla tomba vuota del risorto. Lo spazio esistenziale della nostre vite è simile a quel vuoto. E in questa ottica la sessualità, l’eros è pienamente recuperato alla vita cristiana perché redento, visitato dalla presenza del Signore, con il quale l’uomo si fa con-creatore.

Nei panni dell’altro

A me “Tolo Tolo” è piaciuto parecchio. Non è un film pro o contro l’immigrazione. Zalone ne ha per tutti, soprattutto per noi italiani ma politicamente la sinistra non ne esce meglio della destra. È sicuramente un manifesto contro il razzismo e su quanto faccia male il pregiudizio. È un trattato di sociologia su vizi e fissazioni italiche. È talmente tante cose che la cosa migliore che si può fare è vederlo e farsi un’idea. Perché “Tolo Tolo” non ha nulla da invidiare a tanti altri film che hanno fatto la storia della commedia italiana.

In “Tolo Tolo” non si ride meno, si ride a condizioni diverse: se vogliamo giocare con le parole potremmo dire che “Tolo Tolo” è sicuramente diverso dagli altri film di Luca Medici, ma non meno divertente. Si ride non già del film, come nei precedenti, ma nel film ovvero a condizione di mettersi nei panni di Checco, un “Idiota” al rovescio, un uomo insensibile a tutto tranne che al proprio ego e alle creme di bellezza, un Forrest Gump de’ noialtri alle prese con il tema mondiale dell’immigrazione.

L’azzardo o il coraggio, per quanto mi riguarda direi il merito di “Tolo Tolo” è di aver raccontato un tema scottante e divisivo, l’immigrazione, attraverso la storia di un personaggio immigrato “a sua insaputa”, (talmente egoista da risultare negletto alla sua stessa famiglia) provocando un cortocircuito nell’animo dello spettatore che non può lasciare indifferenti. Checco Zalone l’egoista, l’uomo per se stesso, ci porta “in his shoes”, come dicono gli inglesi, nei panni dell’altro per antonomasia: lo straniero. Se c’è una morale nel film non può che essere: cari italiani, smettiamola di guardarci allo specchio e cominciamo a guardarci dentro. Chapeau Checco!