Live and don’t let leave

“Esiste un rimedio che… in pochi anni renderebbe tutta l’Europa… libera e … felice. Esso consiste nella ricostruzione della famiglia dei popoli europei, o in quanto più di essa riusciamo a ricostruire, e nel dotarla di una struttura che le permetta di vivere in pace, in sicurezza ed in libertà. Dobbiamo costruire una sorta di Stati Uniti d’Europa.”

Sir Winston Churchill

Queste parole furono pronunciate a Zurigo nel 1946, un anno dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quando comincia a farsi strada l’idea che sia necessario debellare tutti i nazionalismi europei per scongiurare i pericoli derivanti dai conflitti.

Dicembre 2019. Boris Johnson vince le elezioni e il Regno Unito conferma la sua intenzione di uscire dall’Unione Europea. Tra i sovranisti c’è soddisfazione perché vedono in Brexit l’inizio della fine dell’Europa unita; ma anche tra alcuni europeisti c’è compiaciuta rassegnazione per l’uscita ormai inevitabile dall’UE di uno Stato che, a dispetto delle parole di Churchill, non ne ha mai fatto parte del tutto.

Personalmente sono dispiaciuto per la scelta del popolo britannico di andare per la propria strada.

Continuo a pensare che gli Stati Uniti d’Europa siano il sogno politico più grande che l’umanità abbia mai avuto e che smettere di crederci non renda le nostre vite migliori.

Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

Ragionando sulle sardine da qualche giorno, non riuscivo a definire il fenomeno. Stasera un post polemico mi ha riportato in testa il famoso verso finale di una poesia. In “Non chiederci la parola”, Eugenio Montale contrappone la figura dell’uomo che se ne va sicuro con le proprie certezze, come un uomo al sole che non si preoccupa di proiettare la sua ombra su un muro in rovina, all’immagine di uomo fragile, dubbioso, incerto, che sa soltanto chi non vuole essere, a chi non vuole assomigliare.

Mi è sembrata perfetta per descrivere la contrapposizione tra la sicumera del leader leghista (che proietta la sua paurosa ombra su un’Italia scalcinata) e per spiegare come lui e i suoi elettori, critici delle sardine, non comprendano coloro che scendono in piazza, senza simboli e senza bandiere, solo per dire, oggi, chi non sono e a chi non intendono aderire.

Tutto ciò è poco per un’alternativa politica ma del resto non è questo il compito di quelle piazze. Che indicano invece la disponibilità di un popolo pronto a spendersi per un modo altro di essere e di fare politica.

***

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Eugenio Montale, Non chiederci la Parola, Ossi di Seppia, 1925

Venezia

Chi non vorrebbe che il cambiamento climatico fosse solo un’invenzione?

Chi non soffre a vedere Venezia e Matera distrutte dall’acqua, la foresta amazzonica che brucia, gli elefanti africani che muoiono dal caldo e dalla siccità?

Per questo sentiamo un piccolo sollievo ogni volta che qualcuno ci dice che il cambiamento climatico è una bufala.

Eppure quel breve sollievo sparisce presto, non appena torniamo nella realtà. Perché se farsi aria con un foglio di carta non manda via la calura, così credere a chi dice che il cambiamento climatico non è reale, non ci salverà.

Che fare, dunque? Cominciamo dalle piccole cose, dalla cura dell’ambiente in cui viviamo, da una maggiore consapevolezza per il nostro comportamento sociale, e dai gesti quotidiani di attenzione per ciò che ci circonda. Il resto verrà di conseguenza.

La visita in carcere

La visita di un politico all’interno degli Istituti penitenziari è sempre motivo di riflessione e più spesso di polemica nell’opinione pubblica italiana.

Ciò può essere spiegato con il rischio che la visita diventi oggetto di strumentalizzazione da parte del politico stesso o i dei suoi detrattori e avversari politici. A questo si aggiunge che nell’Italia di oggi, dove il rancore e la rabbia sembrano avere una predominanza assoluta nel dibattito pubblico e la parola d’ordine è “gettateli in carcere e buttate la chiave”, entrare in un istituto di pena è sicuramente “rischioso” per un politico.

È opportuno tuttavia ricordare che il carcere, in un sistema democratico, non è avulso alle regole ed ai principi della democrazia, per cui gli istituti di pena non possono ledere la dignità sia di chi ci vive, per esservi costretto dalla legge, sia di chi ci lavora. La pena inflitta ai detenuti non ha solo finalità punitive ma dovrebbe essere orientata al recupero nella società di chi è sottoposto alla sanzione penale.

A questo si aggiunge il fatto che l’uomo e il politico cristiano, consapevole della chiamata ad essere segno di contraddizione nel mondo, non può ignorare che la visita ai carcerati è una delle 7 opere di misericordia che contraddistinguono il suo stare in mezzo agli uomini. Ricordarsi di chi vive la vergogna del carcere è richiesto al cristiano in quanto è Gesù stesso ad essersi identificato in loro (in Matteo 25). Anche San Paolo nella lettera agli Ebrei solleciterà la Comunità dei credenti a non dimenticarsi dei carcerati, “come foste loro compagni di carcere” (Eb 13,3).

Ecco quindi che visitare i carcerati, in una logica inclusiva, non può significare dimenticarsi delle condizioni in cui si vive nel carcere e del necessario supporto di cui avrebbe bisogno chiunque sia al suo interno: i detenuti ma anche i loro custodi ovvero il personale della amministrazione e polizia penitenziaria.

Al doveroso ringraziamento che deve andare a questi ultimi per il faticoso e prezioso lavoro svolto, non può che affiancarsi una parola di speranza per i detenuti. L’umanità verso gli ultimi, tra cui i carcerati, non è buonismo ma risponde a quella profondità che solo il bene radicale ha. Come ci ricorda Arendt, infatti, il male può essere esteso e diffuso ma mai radicale poiché se vi cerchiamo il pensiero rimaniamo frustrati dall’impossibilità di trovare una risposta. Questa è la “banalità” del male.

Il bene è invece radicale perché anche di fronte all’atto maligno non si arresta, sa guardare in profondità il cuore dell’uomo, in cui albergano tanto i buoni quanto i cattivi sentimenti, e vi sa scorgere una possibilità di redenzione.

A fare la differenza è dunque molto spesso una questione di sguardi. Conta il modo in cui guardiamo: è il nostro occhio, che nel linguaggio biblico non a caso è in stretto rapporto col cuore, sede delle decisioni, a dare luce o a portare notte. È il nostro sguardo che può trasformare il carcere in luogo d’inferno oppure in luogo di speranza.

Mentre si rimedia agli sbagli del passato, non si può cancellare la speranza nel futuro. L’ergastolo non è la soluzione dei problemi – lo ripeto: l’ergastolo non è la soluzione dei problemi -, ma un problema da risolvere. Perché se si chiude in cella la speranza, non c’è futuro per la società. Mai privare del diritto di ricominciare!Papa Francesco, discorso alla Polizia penitenziaria, 14 settembre 2019.

Visitare il carcere rappresenta dunque un primario esercizio di umanità e di attenzione per la tenuta sociale e democratica della convivenza tra gli uomini. Non è un caso che le condizioni delle carceri in Italia siano in più circostanze tirate in causa per l’alto livello dei suicidi tra i detenuti ma anche tra i poliziotti della Penitenziaria; e poi per il sovraffollamento o per taluni tipo di pena che escludono a prescindere ogni percorso rieducativo. Sono tutti aspetti, che al di là delle visite di circostanza del politico di turno, richiederebbero maggiore attenzione da parte delle istituzioni poiché è anche da come si vive in carcere, dove vivono gli ultimi tra gli ultimi, che si misura il nostro livello di civiltà.

Di visione politica, crocifissi e tortellini

Fioramonti (M5S): lo Stato è laico, togliamo il crocifisso dalle aule e mettiamo la cartina del mondo.

Morani (PD): cittadinanza a giovani stranieri nati e cresciuti in Italia norma importante ma non è il momento.

Salvini (Lega): il tortellino “accogliente” al pollo è follia, si rinnega tradizione.

Queste sono dichiarazioni rilasciate negli ultimi giorni da noti esponenti dei tre principali partiti italiani. Affermazioni che solleticano i rispettivi elettorati in nome di un apparente buon senso che consisterebbe appunto in una verità a portata di tutti, ovvia, per la quale non sarebbe necessario compiere sforzi di comprensione e men che meno elucubrazioni intellettuali ma semplicemente da accettare così com’è: pane al pane, vino al vino.

Sotteso a queste dichiarazioni c’è il tentativo degli attuali rappresentati politici di rinunciare alle proprie prerogative, alla loro responsabilità di guidare il Paese per affrontare le sfide di oggi, per le quali invece sono stati votati. Preferiscono nascondersi dietro una presunta volontà popolare anziché compiere la fatica del confronto.

E’ del tutto evidente che di simili “rappresentanti” l’Italia non ha affatto bisogno perché non servono a nulla, se non a replicare a livello nazionale le mille stupide polemiche a cui assistiamo quotidianamente sui social network (ai quali non a caso i politici italiani sono molto affezionati).

Abbiamo bisogno di politici che esercitino responsabilmente il loro essere rappresentanti del popolo ovvero, parafrasando David Maria Turoldo, che non cerchino né il consenso né il dissenso ma cerchino il senso, la strada lungo la quale condurre la società; che è molto di più delle singole opinioni di ciascuno bensì è frutto di una sintesi che nasce dal confronto tra differenti visioni della società.

Per questo motivo personalmente non riesco ad appassionarmi ad alcun attuale rappresentante politico e ai loro partiti. Non c’è una visione della società nelle loro dichiarazioni e nei loro programmi, non c’è l’idea di una democrazia partecipata e a dispetto dei proclami la loro azione politica non è altro idolatria del proprio ego sotto forma di partito.

Mi pare che l’unica speranza per un approccio diverso alla realtà e per un ritorno alla Politica con la P maiuscola è rappresentato da Democrazia Solidale, un movimento nato dal basso nel 2018 e non dal personalismo di nomi altisonanti. Questa nuova formazione si pone come preciso obiettivo quello di riformare la democrazia mettendo il NOI al centro. Per costruire la società di domani e non per guardarsi il proprio ombelico.

Contesto il mondo quindi sono (cristiano)

La questione che si intende affrontare qui è la collocazione politica del cristiano ovvero dare spunti per una riflessione su di essa. Ultimamente abbiamo sentito dire da più parti che “Un cristiano non può votare Lega” mentre il Ministro leghista con delega alla famiglia affermava che “per il Vangelo la prossimità si riferisce a colui che mi sta più vicino” giustificando la politica del “prima gli italiani”; pochi mesi prima un altro più noto Ministro dello stesso partito concludeva la campagna elettorale 2018 con il Vangelo in mano mentre oggi, a cento anni dalla fondazione del Partito Popolare da parte di don Luigi Sturzo, abbiamo letto vari intellettuali interrogarsi sull’opportunità di un nuovo partito dei cattolici.

Per quanto mi riguarda, le questioni di cui sopra, pur di un certo rilievo pratico, vengono dopo rispetto al tentativo di restituire unità e coerenza ad un agire politico che in un clima di costanti polarizzazioni, consenta al cristiano di sentirsi pienamente rappresentato.

Questa polarizzazione, infatti, fa sì che anche una figura amata e popolare tra la gente, come Papa Francesco, venga considerato un sinistroide comunista quando parla dell’apertura verso le persone immigrate e un prete reazionario e antistorico quando si scaglia contro l’aborto.

Tutto ciò ovviamente rende assai difficile la collocazione politica per un cristiano che si dichiari al tempo stesso favorevole all’immigrazione e contrario all’aborto, dunque in linea con la dottrina della Chiesa Cattolica.

Un aiuto potrebbe giungere direttamente dal Vangelo e da una interpretazione approfondita riguardo al noto detto di Gesù: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (Mc 12,27). Siamo soliti ricondurre il significato di questa frase alla volontà di Gesù di tracciare la separazione tra il potere politico e quello spirituale.

Senza rinnegare questa lettura, dobbiamo tuttavia sforzarci di rileggere questa affermazione nel contesto in cui è stata pronunciata per cogliere ulteriori sfumature in grado di illuminare la nostra domanda.

La frase riportata nel Vangelo di Marco è posta a chiusura di una discussione tra farisei ed erodiani da una parte e Gesù dall’altra. I primi hanno giurato di farla pagare a Gesù ed alcuni di loro sono stati inviati ad interrogarlo dai sommi sacerdoti per tendergli una trappola.

Siamo nel Tempio, luogo dove sono vietate tutte le immagini e non è permesso portare monete che riportino effige di dei, tant’è che nel cortile del Tempio erano presenti i cambiavalute, cui dovevano rivolgersi coloro che volevano acquistare animali da offrire in sacrificio per la purificazione. I farisei interrogano Gesù chiedendogli se è lecito pagare il tributo a Cesare oppure no. La domanda è a risposta chiusa, comporta un sì o un no. In entrambi i casi la risposta esporrebbe Gesù alla contestazione, da parte dei Giudei in caso di risposta positiva ovvero da parte dei Romani in caso di risposta negativa, giacché in ogni caso ne verrebbe minata la rispettiva autorità. Gesù non risponde alla domanda ma ribalta la questione, come fa con tutti coloro che lo sfidano per provocarlo, e chiede a sua volta di vedere la moneta e cosa vi è raffigurato. I suoi interlocutori mostrano la moneta con l’effige di Cesare, violando la prescrizione del Tempio, dimostrando quindi di essere, loro sì, preoccupati di conoscere la risposta ad un problema che evidentemente è tale solo per loro e non per Gesù.

È a questo punto che egli pronuncia il detto.

Cosa suggerisce questo episodio? Anzitutto ci dice che Gesù rifiuta di rientrare nelle logiche di opposizione binaria (a favore o contro), schierandosi piuttosto sempre a favore della persona, al di là delle etichette. Questo punto è già dirimente rispetto allo stile di stare in politica richiesto ad un cristiano ovvero al modo di porre le questioni che lo interessano o che intende discutere nell’agone politico, le quali devono essere affrontate all’insegna dell‘et et piuttosto che dell’aut aut.

Di fronte ad una questione di calcolo politico egli rinvia alla responsabilità dell’uomo rifiutandosi di sottoporre il nome di Dio come “targa” di una qualsiasi scelta politica.

Egli invita tuttavia ogni uomo a prendere posizione rispetto alla questione di Dio. In questa ottica il cristiano non deve fare l’errore di coinvolgere gli altri uomini a porsi la questione di Dio con la sua responsabilità di elettore o cittadino. Tale questione è messa in campo dal cristiano con i suoi fratelli nella fede, con i quali è chiamato a vivere ma che possono avere idee politiche o incarichi differenti tra loro. Questo passaggio è chiave per quanto ci interessa. Molto spesso infatti i cristiani che assumono posizioni intransigenti su questioni politiche lo fanno a partire da convinzioni religiose ovvero da un modo di concepire la vita umana di cui però sono chiamati ad essere anzitutto testimoni, insieme ai loro fratelli nella fede, prima che leader politici. Da qui l’incomprensione per quelle posizioni difese da politici che sono incoerenti quanto a testimonianza e che finiscono con depotenziarne la bontà: tali atteggiamenti infatti hanno un duplice effetto negativo. Finiscono per svalutare il contenuto della proposta e hanno l’effetto di alimentare la polarizzazione ideologica.

Ovviamente porsi la questione di Dio nella società ha delle implicazioni oggi come duemila anni fa. Il punto della questione in gioco è lo stesso: che cos’è l’uomo? Che cosa fa sì che l’essere umano sia un soggetto? Ciò significa che le posizioni assunte dal cristiano in politica devono saper rendere ragione della loro bontà in termini umani e non religiosi. Se non si è in grado di farlo, è impossibile pretendere che il mondo ci ascolti. Anche perché il mondo vive e si regola secondo un principio assai difficile da smontare: l’essere per sé e non per gli altri ovvero l’egoismo.

Restituire a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio rappresenta allora un sinonimo di contestazione del mondo e delle sue potenze: prendere le distanze dagli idoli che esso ci presenta o dalle idee preconfezionate che esso vorrebbe vederci difendere, ma anche prendere le distanze dai capri espiatori che esso ci addita affinché ciascuno di noi, insieme a tutti gli altri, li rigetti.

Da questo punto di vista dunque è responsabilità di ogni cristiano, in base alle diverse sensibilità di ciascuno, sottoporre a critica quelle idee che il mondo vorrebbe che tutti facessero proprie, secondo un disegno di omologazione e massificazione, diffuso all’insegna dell’apertura, della tolleranza e del politicamente corretto, dietro il quale si potrebbe celare tuttavia un ritorno alla barbarie. Questo disegno sarebbe non meno pericoloso di quello rappresentato dai fautori di un ritorno a ghetti identitari, promossi all’insegna di un comunitarismo settario, fondato su distinzioni e discriminazioni.

Gesù non rilascia programma politici, lasciandoci nell’incertezza rispetto a ciò che bisogna o non bisogna fare, ma pone un principio teologico di resistenza: restituire a Dio quello che è di Dio significa non fare di Dio un Cesare, cioè un dio politico o un potere che si impone alla maniera di Cesare. Restituire a Cesare ciò che è di Cesare significa non fare di Cesare un dio, cioè una istanza politica che determina il senso ultimo dell’esistenza.

Con questa logica è possibile superare il problema della collocazione politica del cristiano e quello della creazione di un partito politico ad hoc che lo possa rappresentare. Egli infatti è chiamato a cooperare per il bene della collettività mostrando di essere nel mondo ma non del mondo, rappresentando la sua contrarietà, in coscienza, rispetto alle posizioni in contrasto con la vita e in particolare di quella degli ultimi, dei poveri, degli indifesi. Al tempo stesso, non rinuncerà al dialogo con il mondo, giacché Gesù non ha mai rinunciato il confronto con nessuno ma ha preferito soccombere piuttosto che imporre la verità con la forza. Anzi proprio nel dono di sé egli ha mostrato la logica del Dio cristiano che i suoi discepoli sono chiamati a seguire ed imitare, mostrando al mondo la differenza cristiana.

Guarire la piaga dell’indifferenza

Nel film Interstellar (2014) di Christopher Nolan una piaga che colpisce tutte le colture mette a repentaglio la vita dell’uomo sulla Terra. Dopo una serie di vicissitudini, il protagonista del film, l’astronauta Cooper, interpretato da Matthew McConaughey, riesce a dare una nuova speranza all’umanità grazie all’amore per sua figlia Murph da cui si è allontanato suo malgrado, quando era ancora piccola, proprio per salvarle la vita. L’umanità è costretta a lasciare la Terra per un nuovo pianeta, anch’esso abitabile, e lo fa grazie alla comunicazione che si instaura tra il padre e la figlia, nonostante le distanze siderali che li separano. I due riescono a mettersi in contatto ed a rincontrarsi superando i limiti imposti dallo spazio-tempo, grazie all’intervento di intelligenze superiori.

Per chi ha qualche dimestichezza con le Sacre Scritture, è impossibile non cogliere, già dal riferimento al termine piaga, il richiamo ai temi apocalittici, a cominciare da quelli che troviamo nella Torah, la Legge ebraica, che corrisponde ai primi cinque libri della nostra Bibbia. Mi riferisco in particolare alle 10 piaghe che colpiscono l’Egitto, secondo il racconto che troviamo in Esodo (Es capitoli 7-12). Qui si narra di come Dio, a causa della durezza di cuore del Faraone che non lascia partire il popolo ebraico, colpisce con una serie di calamità la terra delle piramidi. Alla fine il Faraone, spinto dal popolo egiziano, ormai stremato dalle piaghe, lasciare partire il popolo ebraico che, liberato dalla schiavitù grazie all’intervento divino, ricorderà e celebrerà questo evento ogni anno, nella Pasqua.

Ancora prima dell’Esodo, la sapienza dei racconti biblici presenti nel libro del Genesi ci narrano di come la gelosia e l’orgoglio tra gli uomini siano alla base dell’omicidio di Abele da parte del fratello Caino (Gen 4,9-11), a cui Dio stesso chiede conto: “Dov’è Abele, tuo fratello?“. Così nel racconto del Diluvio universale (Gen 7), sappiamo che a causa della malvagità dell’uomo sulla Terra, Dio si pentì di aver fatto l’uomo ma anche che grazie ad un solo uomo, Noè, che si mantiene integro e giusto, l’umanità avrà la possibilità di un nuovo inizio, sopravvivendo alla catastrofe.

Si è scritto molto sulla veridicità delle ipotesi fantascientifiche del film, alla cui realizzazione ha collaborato il premio Nobel per la Fisica Kip Thorne. Non c’è dubbio che il regista Nolan abbia voluto forzare alcune risultanze scientifiche per darci una spiegazione dell’esistenza che, trascendendo il tempo e andando al di là dei meri calcoli scientifici e di ciò che oggi possiamo conoscere o anche solo ipotizzare con un fondamento di verità, ci è offerta in chiave puramente affettiva. E’ l’amore che ci tiene in vita e consente all’umanità di sopravvivere, portandolo verso un nuovo Pianeta e forse ad una nuova civiltà.

Il finale del film è apparentemente mieloso ed ha fatto storcere il naso a coloro che avrebbero preferito maggiore rigore scientifico e meno spazio ai sentimenti. Tuttavia non vi è dubbio che l’effetto prodotto dalla pellicola sia particolarmente potente ed in grado di rappresentare in maniera credibile lo stretto legame esistente tra la sopravvivenza dell’uomo e della sua civiltà come la conosciamo oggi, con la sua capacità di cura verso l’ambiente ma anche per il prossimo. In sostanza, la sapienza umana che giunge dalla conoscenza scientifica e quella culturale, anche di ispirazione religiosa, sono in ultima istanza concordi sulla necessità di sviluppare quella che, richiamando l’espressione di Papa Francesco nell’Enciclica Laudato Sì, potremmo definire una ecologia integrale, che  comprenda sia le dimensione umane che sociali.

Occorre prendere atto che per affrontare in maniera efficace il problema ecologico è necessario tenere a mente della profonda connessione esistente tra i vari aspetti che lo definiscono e che tornano spesso nel Documento citato ad esempio: “l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso; la critica al nuovo paradigma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita“.

Ma prima di andare oltre ed allargare il discorso a dismisura, vorrei tornare alla realtà quotidiana, fatta di notizie come questa che hanno ispirato questo articolo e che rappresentano un vero e proprio pugno nello stomaco.

Le piaghe della nostra società, già colpita e minacciata dall’inquinamento atmosferico e dai rischi globali derivanti dal cambiamento climatico ma anche dalle conseguenze di una diseguaglianza tra gli uomini sempre più marcata, trovano a mio avviso la loro radice nell’indifferenza. Gli effetti dell’espandersi della tecnologia nelle nostre vite ci ha reso interconnessi e solo apparentemente più legati. Eppure il più intenso legame tra gli uomini non potrà mai essere il risultato di un destino inevitabile del procedere del progresso tecnologico, come talune istanze del pensiero contemporaneo lasciano intendere. Esso rimane sempre e solo una responsabilità di cui ogni persona deve farsi carico. Sappiamo infatti che si può essere alienati pur vivendo connessi nella rete globale e che l’indifferenza e la distanza di ciascuno di noi dal resto della famiglia umana è spesso proporzionale all’incremento delle notizie che ci giungono continuamente da ogni parte del mondo. 

Come solo le canzoni sanno fare, a volte il richiamo dei loro testi può essere di stimolo per una riflessione diffusa. E’ il caso di due brani molto profondi, musicati da altrettanti giovani autori italiani di cui citiamo alcune parti ma che vale la pena leggere e ascoltare integralmente. Da un lato Correre di Anastasio:

Oso pensare a un pensiero gassoso, molecolare
Tra le molecole zero legame, basta guardare il tessuto sociale
Capisci perché stiamo fissi a giocare agli artisti ed a fotografare
Ci vogliamo affermare
Ma sbattiamo nel muro
Siamo chiunque e non siamo nessuno e io sono sicuro soltanto del fatto che sono insicuro
Passo le ore a aggiornare una pagina solo a vedere chi mi ama e chi no                                Per diventare quello che vuoi devi scordarti di quello che sei“.

Questo testo richiama la società liquida citata da Zigmunt Bauman, portandola nella sua estrema espressione da social network, in cui “l’amicizia” altro non è che un surrogato del nostro ego che rimane asservito ad un desiderio d’amore destinato a rimanere insoddisfatto.

A questa analisi lucida e impietosa fa da contro canto il testo di Abbi cura di me, di Simone Cristicchi:

Il tempo ti cambia fuori, l’amore ti cambia dentro
Basta mettersi al fianco invece di stare al centro
L’amore è l’unica strada, è l’unico motore
È la scintilla divina che custodisci nel cuore
Tu non cercare la felicità semmai proteggila
È solo luce che brilla sull’altra faccia di una lacrima
È una manciata di semi che lasci alle spalle
Come crisalidi che diventeranno farfalle
Ognuno combatte la propria battaglia
Tu arrenditi a tutto, non giudicare chi sbaglia
Perdona chi ti ha ferito, abbraccialo adesso
Perché l’impresa più grande è perdonare se stesso
Attraversa il tuo dolore arrivaci fino in fondo
Anche se sarà pesante 
Come sollevare il mondo
E ti accorgerai che il tunnel è soltanto un ponte
E ti basta solo un passo per andare oltre“.

Esso sembra quasi una necessaria evoluzione rispetto al testo di Anastasio. Qui l’io è decentrato per fare posto all’altro, nella cui relazione scocca la scintilla capace di illuminare di senso ogni momento della vita, anche quelli che apparentemente sembrano non averne.

Ecco che allora per combattere la piaga dell’indifferenza da cui scaturisce ogni male per l’uomo, siamo chiamati a rinnovare la nostra capacità di ascolto e di visione. Ciò fare sì che questa non indifferenza, questo prendersi cura dell’altro diffonda i suoi effetti benefici in forza di un contagio benigno, capace di contrastare il diffondersi dei mali che annientano l’uomo e il suo mondo. Recuperare uno sguardo attento al bisogno dell’altro è l’unico modo per smuovere il nostro cuore di pietra. E’ attraverso mezzi apparentemente poveri come la parola, la memoria e il dialogo, la compassione che possiamo tessere e mantenere saldi i legami nella nostra società liquida, in un lavoro quotidiano dal quale è impossibile ritirarsi, per il bene della società ma anzitutto per noi stessi.

Tutto ciò è il fondamento di quella tendenza dell'”essere per l’altro” che si oppone all’altra tendenza antropologica dell'”essere per se stessi”. Per chi ha fede, tutto ciò consiste nell’imitazione di Gesù Cristo. Egli, per il cristiano, è la parola definitiva su Dio. Non si può più parlare di Dio, parola fin troppo ambigua, senza parlare di Gesù che ce lo ha raccontato. Egli, nel suo incessante camminare tra gli uomini, fa della relazione con l’altro il primo passo, indispensabile, per la guarigione dell’uomo stesso, consapevole che l’amore non è innocente ma compromette e contamina. Come ci ricorda Bobin: “Quello che vuole, non per sé lo vuole. Quello che vuole è che noi ci sopportiamo nel vivere insieme. Non dice: amatemi. Dice: amatevi.

Interstellar-Movie

Porti chiusi

Dietro la scelta di chiudere i porti si cela un’istanza che Salvini e i suoi sodali ripetono continuamente: occorre rispettare la legge.

Ma che razza di legge è quella in virtù della quale è legittimo lasciare le persone in mare?

Salvini e la Lega parlano spesso di buonsenso. Ma dov’è qui il buonsenso?

A chi lo accusava di violare la legge guarendo di Sabato, Gesù rivolge questa domanda: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». Lo stesso Vangelo chiosa: “E non potevano rispondere nulla a queste parole.”

Perché o la legge è al servizio dell’uomo o è solo uno strumento per affermare il proprio potere e il proprio successo a danno dei più poveri e degli esclusi.

Il vo(l)to degli italiani

La netta sconfitta subita dalla sinistra italiana, declinata in tutte le sue forme, da quella radicale a quella riformista, si inserisce in quadro di generale crisi della “sinistra”, in tutte le democrazie occidentali europee. Ciò è causato dall’impoverimento, effettivo o relativo, che la classe media ha subito negli ultimi anni nei Paesi maggiormente colpiti dalla crisi economica. A tale impoverimento gli elettori hanno risposto sanzionando nelle urne non solo la sinistra ma tutti partiti di governo incapaci di adottare una strategia politica e comunicativa in grado di rispondere ai bisogni dell’elettorato.

Ad essere premiati sono stati i partiti che negli ultimi anni non hanno mai governato anzi hanno portato avanti una opposizione dura, andando in mezzo alla gente e attaccando in maniera sistematica su determinati argomenti che hanno fatto presa sui cittadini, alimentandone la paura: l’invasione degli immigrati e la tecnocrazia dell’Europa sono stati i due cliché. Il tutto condito da promesse elettorali appetitose per alcuni target elettorali (la proposizione del reddito di cittadinanza per il M5S, l’abolizione della Legge Fornero per la Lega, l’espulsione degli stranieri irregolari per entrambi).

I flussi elettorali indicano che le forze moderate sono state cannibalizzate da quelle c.d. populiste. Il PD a favore del M5S, Forza Italia e gli altri partiti minori dalla Lega. Lo scenario del tutto nuovo nella politica italiana è quello che disegna una polarizzazione sulle estremità dello schieramento parlamentare. E’ indubbio che nell’elettorato abbia vinto il risentimento verso le forze politiche che hanno governato e la paura per alcuni scenari apocalittici paventati dalle nuove forze politiche che hanno saputo stare più vicino alle gente rispetto alle altre, così confermando nell’elettore la convinzione che fossero state abbandonate in balia degli eventi.

Non c’è dubbio che, al di là di questa o quella forza politica uscita sconfitta o vittoriosa, ad essere perdente in modo netto è tutto il mondo cattolico. La Chiesa di Papa Francesco che pure continua ad esprimersi in maniera netta in favore dei poveri e dei migranti non ha avuto spazio nell’agone politico. Ciò è dovuto, a mio avviso, in parte ad un difetto di rappresentanza, in parte all’incapacità da parte della politica di far emergere ciò che Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, definisce “comunità di popolo”, dando rilevanza e visibilità ad un “vissuto cristiano di solidarietà, di amicizia sociale e di fede“. Riprendere il filo di questa trama è fondamentale per rincuorare e rinsaldare un tessuto sociale impaurito dal futuro.

Gli avversari da sconfiggere sono ostici. Da un lato c’è un fenomeno sociale che è riduttivo definire populista. Il giornalista Leonardo Bianchi preferisce definirlo attraverso la categoria del “gentismo”, un’evoluzione più complessa del populismo: “atteggiamento politico di calcolata condiscendenza verso interessi, desideri, richieste presuntivamente espressi dalla gente, considerata come un insieme vasto e, sotto il profilo sociologico, indistinto”. Dall’altro lato, c’è una chiusura dell’elettorato rispetto alle tendenze globaliste le cui conseguenze producono, come reazione, paura del futuro e quindi premio per le forze politiche escludenti.

La risposta a tutto ciò non può che essere una rinnovata fiducia verso il futuro, o meglio ancora con l’entusiasmo che nasce dall’impegno concreto e quotidiano per una società non escludente, accogliente, amica di tutti ed in particolare degli ultimi.

Dal Vangelo secondo Matteo (Salvini)

Matteo Salvini ad una settimana dalla chiusura della campagna elettorale ha arringato la folla in piazza Duomo a Milano chiudendo il suo discorso col rosario in mano, giurando sulla Costituzione e sul Vangelo e citando il detto evangelico “gli ultimi saranno i primi”.

Tralascio rosario e giuramento (che di per sé è già un rinnegamento del detto di Gesù “non giurare”) per soffermarmi sulla citazione evangelica. Per quanto il riferimento a quel detto possa apparire innocuo e finanche ispirare una certa simpatia, è degno di nota che in bocca a quel politico il significato del verso evangelico venga pervertito.

La precisazione è tanto più doverosa visto che il leader in questione vuole accreditarsi dinanzi all’elettorato di fede cristiana, come portatore e rappresentante dei suoi valori.

Salvini cita il detto per rivendicare verso il suo elettorato il principio meritocratico “Lavoro, guadagno, dunque pretendo!”.

Gesù, invece, riporta quel detto al termine del racconto di una parabola (Matteo 20,1-16) in cui si narra di alcuni lavoratori che protestano col padrone della vigna per aver riconosciuto lo stesso compenso sia ai lavoratori della prima ora che a quelli dell’ultima. Nulla di più lontano dalla logica salviniana.

Nella parabola, infatti, c’è un’applicazione scandalosa del principio di Giustizia che è subordinato alla Misericordia. Il racconto parabolico di Gesù è un invito a non ripiegare il nostro sguardo su noi stessi bensì a guardare con benevolenza a chi si trova in situazioni più difficili della nostra, quasi sempre causate da circostanze non volute da chi vi si trova invischiato. Ed è anche una messa in guardia dal vivere con invidia verso gli altri.

Proprio l’opposto di quanto viene suscitato continuamente da Salvini che invece vorrebbe farsi portatore di valori cristiani i quali o sono apertamente contraddetti dalle sue proposte politiche, o finiscono per essere normalizzati e banalizzati.

A dimostrazione che ciò che Salvini spaccia come buonsenso politico è, nel migliore dei casi, solo superficialità.