Eros redento

Nel monologo di Benigni a Sanremo sul Cantico dei Cantici, il regista toscano costruisce quello che lui definisce un trailer sulla “canzone delle canzoni” ovvero una breve presentazione di quel piccolo libretto finito quasi per sbaglio nella Bibbia, in cui si canta l’amore carnale tra uomo e donna, senza mai nominare Dio.

Molti biblisti sono stati chiamati in causa e hanno detto la loro, commentando più o meno favorevolmente l’intervento del Comico: Lidia Maggi, Rosanna Virgili, Enzo Bianchi, Luigino Bruni.

Chi lo ha valutato positivamente si è concentrato sull’importanza che un intervento di questo tipo, nella TV pubblica e nel momento di massimo ascolto, ha apportato alla conoscenza di un testo sicuramente originale e poco conosciuto delle Sacre Scritture.

I detrattori hanno invece sottolineato l’assenza o quasi la contrapposizione che l’attore ha posto tra la lettura letterale del testo che parla esclusivamente dell’amore umano, carnale e la lettura allegorica dell’amore spirituale che ne ha giustificato l’inserimento nel canone biblico.

Di certo la mancanza vi è stata e su questo lo show di Benigni è sembrato carente. Nel Cantico dei Cantici infatti non è possibile scindere le due interpretazioni e se è vero che, come scrive Ceronetti, “la lettura erotica del Cantico è la più sicura“, essa tuttavia “non ha senso se il letto degli amori non è rischiarato da una piccola lampada che rischiari, attraverso quei trasparenti amori, il Nascosto” (Il Cantico dei Cantici, a cura di G. Ceronetti, Adelphi, pag. 104).

L’errore di Benigni è stato quello di aver insistito troppo sulla parafrasi di un sogno erotico, facendo perdere al testo gli aspetti nascosti della poesia, rendendo oscena sul palco dell’Ariston (letteralmente ob scenus, fuori luogo) l’intimità dell’amore carnale. Come scrivi Jean Bastaire “Oggi abbiamo denudato il sesso ma, così facendo, ne abbiamo consacrato la supremazia. Ciò che procurava un delizioso fremito di terrore era la trasgressione; adesso abbiamo eretto la trasgressione a metodo di conoscenza.” (J. Bastaire, Eros Redento, Qiqajon, 2000).

Tutto ciò del resto non sarebbe successo se negli ultimi secoli non avesse prevalso all’interno del cristianesimo una concezione di disprezzo del corpo che ha ridotto la sessualità alla sua funzione puramente genitale, sviluppando una dottrina che esaltava la castrazione e le umiliazioni corporali, provocando nel XX secolo la spinta verso una effimera ed illusoria liberazione.

Tra la sessualità negata e la sessualità idolatrata sta dunque lo sforzo di inserire la sessualità all’interno di un disegno più grande, in cui l’erotismo non è negato, né finalizzato a se stesso ma è mezzo per innalzare l’essere verso il suo Creatore.

Tutto ciò nel Cantico dei Cantici passa attraverso la rivelazione di ciò che di nascosto ovvero di divino c’è tra i due amanti, divinità che, come ha scritto Luciano Manicardi, non consiste tanto nella sostituzione di uno dei due amanti con Dio o nel reputare divinizzato l’amante: ciò che è divino, nel Cantico, è ciò che intercorre fra gli amanti, è la loro relazione.

È proprio verso l’incontro che tende il desiderio degli amanti verso la realizzazione dell’unione che chiude lo spazio tra i due corpi e si fa dono reciproco e accoglienza dell’altro. È la conoscenza in senso biblico che consiste propria nell’avere accesso diretto ad una realtà esterna.

“Beato chi prova per Dio un desiderio così grande quanto quello di un folle innamorato per la propria amata. Colui che davvero ama si raffigura continuamente il volto della persona amata e lo guarda con tale gioia nel pensiero che neppure il sonno è capace di distoglierlo da quell’oggetto e il suo affetto glielo fa vedere in sogno. Nelle realtà corporali avviene lo stesso che in quelle incorporee” scrive Giovanni Climaco ne La Scala del Paradiso.

Questa uguaglianza fa sì che come l’amore divino è espresso da un desiderio insaziabile anche l’amore sessuale sia di per sé insufficiente a se stesso. Ecco il motivo per cui il Cantico dei Cantici pur narrando in maniera esplicita l’amore tra uomo e donna è al tempo stesso sogno di un amore consumato e al tempo stesso a rischio di svanire e comunque mai del tutto posseduto.

È proprio in questa mancanza che si apertura all’altro che c’è spazio per l’altro e per Dio.

Non a caso il Santo dei santi del Tempio di Gerusalemme è una stanza vuota, uno spazio non occupato, traduzione architettonica dell’uomo come desiderio, vuoto attivo che deve essere riempito. L’uomo come essere di mancanza è Dio stesso che può abitare questo spazio in virtù di questo vuoto che nel tempio racconta questa mancanza. Se non ci fosse questa cavità desiderante Dio non potrebbe visitare l’uomo.

Nel Nuovo Testamento questa cavità è rappresentata dalla tomba vuota del risorto. Lo spazio esistenziale della nostre vite è simile a quel vuoto. E in questa ottica la sessualità, l’eros è pienamente recuperato alla vita cristiana perché redento, visitato dalla presenza del Signore, con il quale l’uomo si fa con-creatore.

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