La visita in carcere

La visita di un politico all’interno degli Istituti penitenziari è sempre motivo di riflessione e più spesso di polemica nell’opinione pubblica italiana.

Ciò può essere spiegato con il rischio che la visita diventi oggetto di strumentalizzazione da parte del politico stesso o i dei suoi detrattori e avversari politici. A questo si aggiunge che nell’Italia di oggi, dove il rancore e la rabbia sembrano avere una predominanza assoluta nel dibattito pubblico e la parola d’ordine è “gettateli in carcere e buttate la chiave”, entrare in un istituto di pena è sicuramente “rischioso” per un politico.

È opportuno tuttavia ricordare che il carcere, in un sistema democratico, non è avulso alle regole ed ai principi della democrazia, per cui gli istituti di pena non possono ledere la dignità sia di chi ci vive, per esservi costretto dalla legge, sia di chi ci lavora. La pena inflitta ai detenuti non ha solo finalità punitive ma dovrebbe essere orientata al recupero nella società di chi è sottoposto alla sanzione penale.

A questo si aggiunge il fatto che l’uomo e il politico cristiano, consapevole della chiamata ad essere segno di contraddizione nel mondo, non può ignorare che la visita ai carcerati è una delle 7 opere di misericordia che contraddistinguono il suo stare in mezzo agli uomini. Ricordarsi di chi vive la vergogna del carcere è richiesto al cristiano in quanto è Gesù stesso ad essersi identificato in loro (in Matteo 25). Anche San Paolo nella lettera agli Ebrei solleciterà la Comunità dei credenti a non dimenticarsi dei carcerati, “come foste loro compagni di carcere” (Eb 13,3).

Ecco quindi che visitare i carcerati, in una logica inclusiva, non può significare dimenticarsi delle condizioni in cui si vive nel carcere e del necessario supporto di cui avrebbe bisogno chiunque sia al suo interno: i detenuti ma anche i loro custodi ovvero il personale della amministrazione e polizia penitenziaria.

Al doveroso ringraziamento che deve andare a questi ultimi per il faticoso e prezioso lavoro svolto, non può che affiancarsi una parola di speranza per i detenuti. L’umanità verso gli ultimi, tra cui i carcerati, non è buonismo ma risponde a quella profondità che solo il bene radicale ha. Come ci ricorda Arendt, infatti, il male può essere esteso e diffuso ma mai radicale poiché se vi cerchiamo il pensiero rimaniamo frustrati dall’impossibilità di trovare una risposta. Questa è la “banalità” del male.

Il bene è invece radicale perché anche di fronte all’atto maligno non si arresta, sa guardare in profondità il cuore dell’uomo, in cui albergano tanto i buoni quanto i cattivi sentimenti, e vi sa scorgere una possibilità di redenzione.

A fare la differenza è dunque molto spesso una questione di sguardi. Conta il modo in cui guardiamo: è il nostro occhio, che nel linguaggio biblico non a caso è in stretto rapporto col cuore, sede delle decisioni, a dare luce o a portare notte. È il nostro sguardo che può trasformare il carcere in luogo d’inferno oppure in luogo di speranza.

Mentre si rimedia agli sbagli del passato, non si può cancellare la speranza nel futuro. L’ergastolo non è la soluzione dei problemi – lo ripeto: l’ergastolo non è la soluzione dei problemi -, ma un problema da risolvere. Perché se si chiude in cella la speranza, non c’è futuro per la società. Mai privare del diritto di ricominciare!Papa Francesco, discorso alla Polizia penitenziaria, 14 settembre 2019.

Visitare il carcere rappresenta dunque un primario esercizio di umanità e di attenzione per la tenuta sociale e democratica della convivenza tra gli uomini. Non è un caso che le condizioni delle carceri in Italia siano in più circostanze tirate in causa per l’alto livello dei suicidi tra i detenuti ma anche tra i poliziotti della Penitenziaria; e poi per il sovraffollamento o per taluni tipo di pena che escludono a prescindere ogni percorso rieducativo. Sono tutti aspetti, che al di là delle visite di circostanza del politico di turno, richiederebbero maggiore attenzione da parte delle istituzioni poiché è anche da come si vive in carcere, dove vivono gli ultimi tra gli ultimi, che si misura il nostro livello di civiltà.

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