Si dice spesso che lo sport sia una metafora della vita. Forse è per questo che le vicende sportive ci coinvolgono tanto. L’estate è sempre foriera di queste storie, complice i tanti eventi che risaltano, anche in Italia, grazie all’assenza del calcio.
La più bella di queste storie arriva quest’anno dai campionati mondiali di pallacanestro. La nazionale del Sud Sudan, il Paese più povero del mondo, ottenendo il miglior piazzamento tra le nazionali africane in gara nel torneo iridato, si è automaticamente qualificata per le Olimpiadi di Parigi del 2024.
E’ un risultato storico appunto, non solo perché riguarda uno Stato giovane (indipendente dal 2011) e poverissimo, ma anche per come è arrivato. In Sud Sudan non ci sono impianti al coperto e la nazionale ha giocato le partite di qualificazione al Mondiale in Egitto. I componenti della squadra sono figli di rifugiati, scappati dal Paese a causa della guerra, in alcuni casi addirittura orfani.
Questo autentico miracolo è stato firmato da Luol Deng, l’ex giocatore di Duke University e poi stella NBA con Chicago Bulls e Los Angeles Lakers, che ha raccolto l’eredità del grande Manute Bol (il papà del Bol Bol ex compagno di Paolo Banchero ai Magic, ndr) e si è preso la responsabilità di fondare la federazione cestistica, richiamare i tanti talenti sud sudanesi cresciuti tra Stati Uniti, Australia, Egitto, Europa e nei campi profughi, e assemblare una squadra unita e forte in grande di scioccare il mondo. Deng è figlio del Sud Sudan, scappato dalla guerra civile con la famiglia in Egitto e poi cresciuto a Londra, prima di volare negli USA: lui, con passaporto britannico, ha già giocato le Olimpiadi di Londra 2012 con la Gran Bretagna e ora potrà farlo, da presidente della sua terra d’origine, a Parigi 2024. Lo ha fatto anche per Manute, scomparso nel 2010 senza poter vedere la sua terra diventare una nazione.
Fonte Eurosport
E’ accertato che Manute Bol abbia speso gran parte della sua ricchezza per portare avanti progetti di sostegno ai bambini poveri sudanesi.
Tra quei bambini vi era anche Luol Deng che, grazie all’impegno di Bol, cominciò il suo cammino che lo portò a diventare una stella NBA e poi a proseguire il sogno di pace di Manute, diventando presidente della Federazione di pallacanestro sudanese e realizzando il miracolo sportivo di cui abbiamo detto sopra.
La vicenda, per contrappunto, mi ha portato alla mente quella dell’ex C.T. della nazionale di calcio italiana, Roberto Mancini che, come un fulmine a ciel sereno, a Ferragosto ha annunciato le sue dimissioni suscitando notevoli polemiche soprattutto perché legate, secondo molti, all’offerta di un ricco contratto da parte della Federazione saudita, quale nuovo allenatore della nazionale araba, accettato pochi giorni dopo. Chi lo ha criticato ha sottolineato lo scarso rispetto verso la nazionale mentre i difensori di Mancini hanno sottolineato come l’offerta saudita fosse oggettivamente irrinunciabile.
Lungi dal voler effettuare valutazioni sulle scelte dei singoli, l’evidente contrasto tra le storie di Manute Bol e Roberto Mancini, mi dà l’occasione per richiamare un concetto espresso da padre Ernesto Balducci, nel corso di una omelia sul brano di Matteo 10,37-42:
Nella visione antropologica che emerge dal Vangelo mi pare di poter dire che l’esistenza dell’uomo è come collocata in un campo dove agiscono due polarità contrapposte: l’esistere per sé e l’esistere per gli altri.
Sono i due poli attorno a cui si svolge a livello, anche semplicemente etico, la vita dell’uomo. L’esistere per sé non è un puro atteggiamento interiore, è un principio che struttura la vita. L’io trova sicurezza se si circonda di strutture omogenee a sé, funzionali a sé, come ad esempio, la famiglia, come ad esempio la classe sociale a cui appartiene, la patria di cui si sente membro, la razza che è la sua razza.
L’io si dilata, ma sotto la spinta che è quella della ricerca di una sicurezza totale; ma l’uomo non è fatto per questo. Ecco perché – a prescindere da ogni illuminazione evangelica – in ogni luogo, in ogni tempo ci è dato scoprire che l’uomo è anche esigenza di vivere per l’altro. E questo è l’altro polo, quello di salvezza che tuttavia non riesce mai ad agire in modo dominante.
padre Ernesto Balducci, omelia
La sproporzione tra le storie citate è tale che potrebbe apparire un’esagerazione scomodare la visione antropologica della vita presente nel Vangelo proposta da Balducci per spiegarla. Ma qui, come detto prima, non si vuole emettere alcun giudizio sulle scelte personali, quanto evidenziare in maniera paradigmatica, l’esistenza di una tensione tra i due campi di queste polarità contrapposte in cui si gioca la vita dell’uomo. Nessuna della due prospettive è data una volta per tutte. “Esistere per gli altri, scrive ancora Balducci, vuol dire assumere come progetto di vita gli altri. Nessuno ci riesce! L’ho detto: si tratta di due poli che agiscono in noi.”
Il peccato, secondo Balducci, è questa prima forma di esistenza, incentrata su se stessa. E il “perdere la propria vita” per salvarla non è una forma di annichilamento ma è perderla per gli altri. Morire al peccato vuol dire spostare di continuo il fulcro dell’esistenza dal polo “dell’esistere per sé” al polo “dell’esistere per gli altri” senza mai raggiungere la totalità, ma è molto importante. Non sembri cosa da poco mantenere viva questa dinamica; mantenerla ‘viva’.
E mantenere viva questa dinamica significa, in particolare, farvi fronte nei momenti di difficoltà o quando ci viene chiesto in concreto di dimostrare con la vita, al di là delle dichiarazioni di principio, l'”esistere per sé” o l'”esistere per gli altri”. Nei gesti semplici così come nei gesti grandi, così da diventare uno stile di vita. Perché chi è grande nelle piccole cose, lo è anche nelle grandi e viceversa. Attraverso il principio della solidarietà effettiva posso dirmi solidale o meno con l’escluso, il povero, l’emarginato e avere il contraccambio. Questa è la salvezza.
Dunque, non è vero, come hanno scritto in tanti a difesa dell’ex C.T. azzurro, che l’offerta della Federazione saudita era irrinunciabile poiché sempre vi è, di fronte ad ogni scelta, in ogni situazione, la possibilità di compierla secondo la logica di vita dell’esistere per sé o dell’esistere per gli altri.
Allora tutto quello che è in me, dallo spirito alla carne, e che appartiene alla struttura del dominio e dell’affermazione dell’esistere per me, io lo considero peccato e me ne confesso. E tutto quello che invece appartiene alla docilità, all’altro impulso dello Spirito, che è “l’esistere per l’altro” io lo considero vita.
Allora anche il simbolo della Croce ch’e passaggio dalla morte alla vita, il battesimo che ci immerge nella morte del Cristo per farci vivere la sua vita, pèrdono questi termini di astrattezza mistica che poi non modifica il modo di vedere concreto dell’uomo, acquistano – queste antinomie – una concretezza straordinaria.
Noi dobbiamo ogni giorno vivere questo trapasso e sappiamo che non arriveremo mai a adeguare la totalità del progetto, però per potersi dire in qualche modo con titubanza cristiani, basta forse aver preso sul serio questo progetto di vita; il resto verrà da sé o verrà dai doni dello Spirito.
padre Ernesto Balducci, omelia