Resurrezione e cultura del limite (in risposta a Michele Serra)

Gentile Michele Serra, mi piacerebbe confrontarmi con lei su due affermazioni contenute nell’ultima newsletter in risposta alla lettera di Luca. La prima è questa:

se Dio esiste non ha molto a che fare con quello storicizzato dalle varie religioni. Le religioni e i Libri sono un prodotto della storia umana, con tutti i suoi limiti territoriali. Sono diventato miscredente a quattordici anni quando mi sono reso conto che, a seconda del luogo dove fossi nato, sarei stato musulmano, buddista, cristiano (in una delle sue tante declinazioni, molto disposte a scannarsi l’una con l’altra), scintoista, animista, eccetera. Mi dissi: tanto vale considerare le religioni come un fatto culturale, certo non trascendente. Ed è quello che penso tutt’ora. Non esiste Verità Rivelata, non esiste Parola di Dio, e chi se ne arroga il copyright inganna se stesso e gli altri. E ostacola la crescita psicologica e culturale dell’umanità. La parola, minuscola, è sempre e solo dell’uomo.
Michele Serra, Ok Boomer!, Il Post, 29 agosto 2023

Certamente, come scrive, le religioni sono un fatto umano e sono tutte forme relative, rimandano cioè all’Assoluto, a Dio, che tutte ricercano. Nel descrivere l’originalità del cristianesimo, lo storico e filosofo (non credente) Marcel Gauchet ha scritto che esso è “la religione dell’uscita dalla religione”. Con questa espressione egli ha inteso affermare che il giudeo cristianesimo non è stato solo la prima vittima del “disincanto del mondo” ma sarebbe in realtà l’ispiratore di tale disincanto, nella misura in cui la presa di coscienza nell’esistenza di un Dio unico, universale e trascendentale, ha posto nella società il germe della separazione tra fede e politica. Gesù, inoltre, avrebbe smarcato definitivamente l’umanità dalla figura del “re-sacerdote”, ordinando la logica dell’onnipotenza dell’amore e introducendo la definitiva autonomia delle realtà terrene. Dunque, aggiungo io, secondo questa lettura, la fede giudaico cristiana non avrebbe, come scrive lei, ostacolato la crescita psicologica e culturale dell’umanità ma l’avrebbe al contrario favorita, determinando un graduale passaggio, non privo di conflitti, da una società gerarchizzata ad una fondata sul principio di uguaglianza.

La seconda affermazione a cui vorrei rispondere è la seguente:

“credere nella vita eterna è la più grande effrazione che possiamo fare alla “cultura del limite”. Il primo limite con il quale ci tocca fare i conti è la nostra fine. Il mito della vita eterna è stato costruito dall’uomo per rimediare all’idea, terribile, della morte. Cresceremo (diventeremo sul serio umani) quando accetteremo di morire. Saremo capaci di costruire una vera cultura del limite solo quando vivremo nella piena coscienza della nostra finitezza”.
Michele Serra, Ok Boomer!, Il Post, 29 agosto 2023

Ora non vi è dubbio che l’idea di resurrezione abbia, nei secoli, indotto la Chiesa e i suoi fedeli a voler anticipare il Regno di Dio in terra, mettendo da parte il timore della morte. Ma ritengo ingeneroso attribuire al mito della vita eterna quel fenomeno di rimozione della morte che è tanto più diffuso a livello sociale quanto più la fede nell’esistenza di Dio si ritrae dal mondo.

Il punto è che, credo, ci sono limiti contro i quali è bene combattere ed altri no. Per dirla con Bodei, altro filosofo, anch’esso non credente: “costituirebbe già un degno contributo alla condotta morale l’abitudine a distinguere con cura le violazioni dei limiti tese ad avvantaggiare lo sviluppo materiale, intellettuale e affettivo degli individui e delle società da quelle che, al contrario, nuocciono a esso. Si eviterebbe così di cadere, da una parte, in una velleitaria iconoclastia che scambia tutti i confini per pregiudizi da abbattere secondo l’imperativo del “Vietato vietare” e, dall’altra, nel santificare gli ostacoli che bloccano e mortificano il dispiegamento delle facoltà umane, gelando la possibile fioritura di concrete speranze in una vita migliore. L’attitudine a riconoscere e distinguere i limiti è, tuttavia, un’arte che va coltivata e praticata con cura, lasciandosi guidare, nello stesso tempo, dall’adeguata conoscenza delle specifiche situazioni e dei loro presumibili sviluppi, da un ponderato giudizio critico e da un vigile senso di responsabilità.

In definitiva, accettare la morte, limite invalicabile della vita, è sicuramente un comportamento saggio, sia per i credenti, sia per i non credenti. Ma, come dice Bodei, il riconoscimento e la distinzione dei limiti è un’arte che va coltivata e praticata con cura attraverso la vita quotidiana. Non è questione di fede o meno nella resurrezione.

Mi risulta difficile pensare, come fa il lettore Luca, che la fede nella resurrezione, che è fede nell’eternità di una relazione d’amore (con Dio e con gli uomini e le donne che abbiamo conosciuto e amato in vita), destinata a non finire con la morte ma a proseguire, seppure con modalità a noi sconosciute, possa risultare d’ostacolo ad una maggiore responsabilità nella cura di quel mondo in cui i nostri amati hanno vissuto, vivono e continueranno a vivere dopo di noi.

Il rispetto del limite, infatti, che sia quello della morte o quello di velocità (mi passi la brutalità), non può che passare dal rispetto o, per dirla in modo poetico, dall’amore che abbiamo, non solo per noi stessi, ma anche da quello, o forse soprattutto, per gli altri.