L’aforisma di René Char, «la nostra eredità non è preceduta da alcun testamento», contiene il senso profondo che gli anni della resistenza ebbero per i molti uomini di cultura che vi parteciparono. Con l’occupazione nazista, quando la politica era divenuta in Francia, come negli altri paesi, una scena in balia «del burattiname grottesco di furfanti e sciocchi» Char scoprì la sua eredità: un tesoro che finora era rimasto nascosto, l’apparizione della libertà. I partecipanti alla resistenza, «i compagni d’arma», s’incontravano in modo nuovo, per una causa comune, senza più i ruoli e le distinzioni sociali soliti. Erano divenuti uomini uguali, ma allo stesso tempo unici e distinti, nel loro sforzo condiviso contro un nemico comune. L’essenza del loro tesoro sta dunque nell’azione comune, dove ognuno riscopre l’identità e la differenza del proprio sé, e per la quale «ama, si spende, è impegnato, va nudo, provoca». Il significato della loro partecipazione andava ben al di là della vittoria e della sconfitta, gli uomini della resistenza non si aspettavano il successo, non si presentavano come rappresentanti di un partito, di un governo, di un esercito riconosciuto, ma agivano semplicemente insieme con gli altri, in quello spazio condiviso dove la libertà poteva sembrare come «un tesoro antichissimo, che appare all’improvviso nelle circostanze più diverse, e quindi scompare di nuovo celandosi sotto i più svariati e misteriosi travestimenti, come una fata morgana».
Ma tutto ciò non durò a lungo, in quanto quell’isola di libertà, all’interno della quale gli uomini della resistenza avevano agito e pensato autonomamente, dopo la liberazione scomparve, come se non fosse mai esistita. Il tesoro era andato perduto, e ciò era avvenuto non per circostanze esterne o per lo scontro con una realtà avversa, ma perché i primi a non ricordarlo furono proprio coloro che l’avevano posseduto e non erano neppure riusciti ad identificarlo.
La tragedia non cominciò quando la liberazione di tutto il paese fece crollare quasi automaticamente le isolette nascoste di libertà già comunque condannate: cominciò quando divenne chiaro che non c’era nessuna mente pronta a ereditare e mettere in discussione, a meditare e a ricordare.
«“La nostra eredità non è preceduta da alcun testamento”: l’aforisma è di René Char. Quando il poeta parla di eredità senza testamento allude alla mancanza di un nome. Elencando quella che sarà la legittima proprietà dell’erede, il testamento lega beni passati a un momento futuro. Senza testamento, o, fuor di metafora, senza la tradizione (che opera una scelta e assegna un nome, tramanda e conserva, indica dove siano i tesori e quale ne sia il valore), il tempo manca di una continuità tramandata con un esplicito atto di volontà, e quindi, in termini umani, non c’è più né passato né futuro, ma soltanto la sempiterna evoluzione del mondo e il ciclo biologico delle creature viventi.»
Hannah Arendt, Tra passato e futuro.
Queste riflessioni sono drammaticamente attuali ancora di più oggi quando gli ultimi testimoni della Shoa e della Seconda Guerra Mondiale stanno ormai scomparendo.
Lo vediamo negli atteggiamenti degli uomini comuni e ancor più nelle politiche delle nazioni. La guerra è tornata di moda, il dialogo internazionale è sempre meno praticato, la legge del più forte torna a prevalere.
L’uomo senza futuro, senza storia è concentrato sul presente, personalità non affratellata, perché la fratellanza è storia. Il mercato è l’unica guida globale (Andrea Riccardi).
“Come il viandante occasionale della nostra storia, ci vuole solo il desiderio gratuito, puro e semplice di essere popolo, di essere costanti e instancabili nell’impegno di includere, di integrare, di risollevare chi è caduto; anche se tante volte ci troviamo immersi e condannati a ripetere la logica dei violenti, di quanti nutrono ambizioni solo per sé stessi e diffondono la confusione e la menzogna. Che altri continuino a pensare alla politica o all’economia per i loro giochi di potere. Alimentiamo ciò che è buono e mettiamoci al servizio del bene”. Fratelli tutti, Papa Francesco.
Siamo sconfitti davanti alle guerre, ai poveri che vengono esclusi ma non possiamo arrenderci. Il mondo senza spirito soffoca. I messaggi spirituali cambiano il mondo. Occorre una globalizzazione spirituale.