I dissidi etici di Oppenheimer. Un confronto tra teoria e prassi

“Sono diventato morte, il distruttore di mondi”

Oppenheimer, film, 2023

Questa è la frase chiave dell’ultimo film kolossal di Christopher Nolan. E’ una frase citata dal protagonista del film e ripresa da un testo sacro, il Bhagavadgītā, testo fondamentale dell’Induismo.

Oppenheimer è un film che esplora la complessità etica e scientifica della creazione della bomba atomica e le sue conseguenze devastanti. Il finale riflette la consapevolezza di Oppenheimer dell’immenso potere distruttivo della sua invenzione e la sua lotta con il senso di colpa che ne deriva.

La frase in questione ritorno più volte nel corso del film. Come ha spiegato il professore universitario Stephen Thompson, esperto di Induismo, l’interesse di Oppenheimer per questo testo era un modo per dare un senso alle sue azioni.

La Bhagavadgītā è un testo indù di settecento versi in sanscrito incentrato sul dialogo tra il valoroso principe guerriero Arjuna e il suo auriga Krishna, un’incarnazione di Vishnu. All’indomani di una battaglia che lo porrà di fronte a un esercito avversario tra le cui fila militano amici e parenti, il condottiero cade nella disperazione al pensiero di doverli sterminare. Krishna gli impartirà una filosofia superiore che gli permetterà di tenere fede ai suoi doveri di soldato e sterminare gli avversari a prescindere dalle preoccupazioni personali. Questa filosofia è nota come dharma, o dovere sacro. 

Arjuna è un soldato, il suo dovere è quello di combattere. Krishna, non Arjuna, determinerà chi vive e chi muore e per questo il guerriero non deve né piangere né gioire per ciò che il destino ha in serbo, ma distaccarsi sublimemente da tali risultati. In definitiva, la cosa più importante è che sia devoto a Krishna. La fede salverà l’anima di Arjuna”, spiega Thompson. Tuttavia, Oppenheimer non sembra aver mai raggiunto la pace“In un senso primitivo che nessuna volgarità, nessun umorismo, nessuna esagerazione può placare, i fisici hanno conosciuto il peccato e questa è una conoscenza che non possono perdere”, disse due anni dopo l’esplosione del Trinity.

Il nome Trinity del primo test nucleare fu dato dallo stesso Oppenheimer ispirandosi alla poesia di John Donne

Espugna questo mio cuore Dio uno e trino,
perché finora solo bussi, spiri,
risplendi e tenti di correggermi.
Perché io sorga e stia: sopraffami, tendi
la tua forza: spezza, esplodi, brucia me,
fammi una nuova creatura.
Io come una città assediata, ad altri destinata,
mi affanno ad ammetterti, ma vanamente ahimè,
e la ragione, tuo viceré in me, lei che dovrebbe
difendermi, è prigioniera, debole o infida.
Eppure ardentemente t’amo, ardentemente
vorrei essere riamato, io sposo destinato
al tuo nemico. Divorziami, slegami,
spezza di nuovo il nodo, prendimi con te,
imprigionami. Se non m’incateni, non sarò mai libero.
Puro mai, se non mi violenti.

Sonetto XIV, John Donne

Forse il nome Trinity, oltre che al Sonetto XIV, fu ispirato anche dalla Trinità induista di Brahma, Vishnu e Shiva rispettivamente il Creatore, il Preservatore e il Distruttore. Nell’Induismo, che ha un concetto non lineare del tempo, il grande dio è coinvolto non solo nella creazione, ma anche nella dissoluzione. Ma, come detto, sopra, la concezione religioso filosofica induista avrebbe dovuto portare Oppenheimer a svolgere il suo sacro dovere, quale scienziato impegnato a servire lo Stato nella costruzione di una bomba che avrebbe consentito la sconfitta definitiva del nemico, e ad essere soddisfatto e in pace con se stesso per avere ben adempiuto all’incarico.

Ma ciò non avviene.

Come Prometeo aveva donato il fuoco agli uomini, permettendogli enormi progressi ma dandogli, allo stesso tempo, un’arma potente e pericolosa, così Oppenheimer ha donato agli uomini un’arma in grado di distruggere l’umanità stessa. Divenuto un novello Prometeo, anche lui ha dovuto pagare il prezzo di un dilemma etico a cui non si può venire a capo.

“Prometeo ha rubato il fuoco agli dei e lo ha dato all’uomo. Per questo, fu incatenato ad un masso e torturato per l’eternità”

Oppenheimer, film, 2023

Forse quel martirio a cui lo stesso Oppenheimer si sottopone riflette la necessità dello stesso di colpevolizzarsi, di mostrare a tutti e a se stesso che quel sangue che sentiva di avere sulle mani non sarebbe mai andato via.

I riferimenti teologici (la citazione del testo induista, il primo esperimento di esplosione chiamato Trinity) presenti nel film richiamano l’associazione tra potere divino e potere umano: il momento di massimo successo per lo scienziato coincide con quello di maggiore rischio per l’umanità (il rischio di una reazione a catena che distrugga il pianeta al momento della denotazione del test nucleare non è esclusa del tutto dall’equipe di scienziati che lavora al progetto) e la scena finale si conclude col timore, esplicitato verbalmente dal protagonista e a livello visivo con l’incendio dell’atmosfera, che questo rischio di distruzione effettivamente si realizzi.

Il motivo per cui Oppenheimer non si dà pace con se stesso, nonostante ritenga di aver adempiuto il suo dovere, potrebbe essere legato al fatto che, come si evince dal film, l’obiettivo della costruzione della bomba atomica avrebbe dovuto essere, secondo le intenzioni dello scienziato e di gran parte dell’equipe che lavorò al progetto Manhattan, finalizzata a sconfiggere i nazisti o comunque per farli desistere dal proseguire una guerra ormai persa. Mentre l’uso della bomba contro il Giappone era ritenuto, per la comunità di scienziati che lavoravano a progetto, non necessario.

D’altra parte lo stesso Oppenheimer afferma che solo utilizzando la bomba, le persone e gli Stati avrebbero potuto constatarne la potenza e in definitiva decidere di non usarla mai più. Ciò non toglie che le bombe sganciate su Hiroshima e Nagasaki il 6 e il 9 agosto 1945, pur avendo posto fine alla Seconda Guerra Mondiale, causarono oltre 200 mila vittime innocenti. Viceversa, nel colloquio privato tra il Presidente americano Truman e lo scienziato, avuto dopo la fine della guerra, il primo afferma in risposta ai dilemmi etici dello scienziato, che la responsabilità primigenia delle morti giapponesi non è di chi ha inventato la bomba ma di chi l’ha usata e che, in ogni caso, l’attacco nucleare avrebbe evitato altrettante morti che si sarebbero comunque verificate col protrarsi della guerra.

Sta di fatto che, qualunque sia la risposta a queste domande, il dilemma etico sul limite tra ciò che è tecnicamente possibile ma eticamente giusto resta, davanti agli occhi dello scienziato e ai nostri, irrisolvibile. Il film in questione è in grado di restituirci in modo perfetto il dissidio interiore vissuto dal protagonista. Un dissidio che, da quanto ci è possibile scorgere nel corso della pellicola, non può essere vinto sulla base di un ragionamento teorico, sia pure impeccabile, quale quello prospettato dal testo induista ma può essere solo frutto di un cammino esteriore. Di nuovo teoria e pratica sono in discussione, stavolta non a livello scientifico ma etico. Tornano valide le parole di Einstein al fisico quando dice: “In teoria fra la teoria e la pratica non c’è differenza, in pratica sì”.

Stavolta non si tratta di testare la corrispondenza tra modello teorico ed esperimento ma tra modello etico di riferimento e prassi di esistenza concreta. Assumere un modello etico non basta se non si concretizza in un ortoprassi che, oltre a mutare il mio atteggiamento interiore rispetto al mondo e a ciò che vi accade, induce ad agire in concreto per rendere il mondo esteriore più giusto e coerente con il mio modello etico.

Questo cammino esteriore di presa di coscienza si manifesta nel film attraverso l’esplicitazione pubblica dei dubbi etici sull’uso della bomba atomica e sul concreto impegno per un disarmo nucleare generalizzato.

In ciò si concretizza il “martirio” inteso come testimonianza di vita dello scienziato che ha preso coscienza di ciò che non andava fatto e vuole redimersi affrontando i rischi di una posizione scomoda, che lo porterà a sollevare contro di sé sospetti di tradimento, e la promozione di un sistema diverso da quello che si è contribuito a costruire.

Questa nuova posizione provocherà la reazione delle istituzioni che avvieranno contro di lui un processo farsa a cui Oppenheimer non si ribellerà, nonostante i consigli della moglie ma contribuirà, forse, a lenire i dubbi etici del protagonista.

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